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Diego Mascalzi Rimassa

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Kup Manduk - Frammenti di un'anima

Come si fa a non vedere un elefante nel salotto.
July 05

Spot 30''

 

Da conservare per quello spazio di tramonto, per quella crepa d’orologio e per quel sipario mezzo aperto.

Da conservare per quando sono esaurite le provviste, per quando la strada non ha più bivi.

Tra una programmazione e l’altra di questa televisione senza scampo, questa piccola e coltivata serenità è la pubblicità più convincente.

 

April 03

Le buone paghe, le arance grosse

 

Piantai le campagne e feci il lattaio a Oakland. La sera, traverso il mare della baia, si vedevano i lampioni di San Francisco. Ci andai, feci un mese di fame e, quando uscii di prigione, ero al punto che invidiavo i cinesi. Adesso mi chiedevo se valeva la pena di traversare il mondo per vedere chiunque. Ritornai sulle colline.

            Ci vivevo da un pezzo e m’ero fatto una ragazza che non mi piaceva più da quando lavorava con me nel locale sulla strada del Cerrito. A forza di venire a prendermi sull’uscio, s’era fatta assumere come cassiera, e adesso tutto il giorno mi guardava attraverso il banco, mentre friggevo il lardo e riempivo i bicchieri. La sera uscivo fuori e lei mi raggiungeva correndo sull’asfalto coi tacchetti, mi prendeva a braccio e voleva che fermassimo una macchina per scendere al mare, per andare al cinema. Appena fuori della luce del locale, si era soli sotto le stelle, in un baccano di grilli e di rospi. Io avrei voluto portarmela in quella campagna, tra i meli, i boschetti, o anche soltanto l’erba corta dei ciglioni, rovesciarla su quella terra, dare un senso a tutto il baccano sotto le stelle. Non voleva saperne. Strillava come fanno le donne, chiedeva di entrare in un altro locale. Per lasciarsi toccare – avevamo una stanza in un vicolo di Oakland – voleva essere sbronza.

 

 

             Quella notte, prima di scendere a Oakland, andai a fumare una sigaretta sull’erba, lontano dalla strada dove passavano le macchine, sul ciglione vuoto. Non c’era luna ma un mare di stelle, tante quante le voci dei rospi e dei grilli. Quella notte, se anche Nora si fosse lasciata rovesciare sull’erba non mi sarebbe bastato. I rospi non avrebbero smesso di urlare, né le automobili di buttarsi per la discesa accelerando, né l’America di finire con quella strada, con quelle città illuminate sotto la costa. Capii nel buio, in quell’odore di giardino e di pini, che quelle stelle non erano le mie, che con Nora e gli avventori mi facevano paura. Le uova al lardo, le buone paghe, le arance grosse come angurie, non erano niente, somigliavano a quei grilli e a quei rospi. Valeva la pena esser venuto? Dove potevo andare? Buttarmi dal molo?

             Adesso sapevo perché ogni tanto sulle strade si trovava una ragazza strangolata in un’automobile , o dentro una stanza o in fondo a un vicolo. Che anche loro, questa gente, avesse voglia di buttarsi sull’erba, di andare d’accordo coi rospi, di esser padrona di un pezzo di terra quant’è lunga una donna, e dormirci davvero, senza paura? Eppure il paese era grande, ce n’era per tutti. C’erano donne, c’era terra, c’era denari. Ma nessuno ne aveva abbastanza, nessuno per quanto ne avesse si fermava, e le campagne, anche le vigne, sembravano giardini pubblici, aiuole finte come quelle delle stazioni, oppure incolti, terre bruciate, montagne di ferraccio. Non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri: “Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere”. Era questo che faceva paura. Neanche tra loro non si conoscevano; traversando quelle montagne si capiva a ogni svolta che nessuno le aveva toccate con le mani. Per questo un ubriaco lo caricavano di botte, lo mettevano dentro, lo lasciavano per morto. E avevano non soltanto la sbornia, ma anche la donna cattiva. Veniva il giorno che uno per toccare qualcosa, per farsi conoscere, strozzava una donna, le sparava nel sonno, le rompeva la testa con una chiave inglese.

             Nora mi chiamò dalla strada, per andare in città. Aveva una voce, in distanza, come quella dei grilli. Mi scappò da ridere, all’idea se avesse saputo quel che pensavo. Ma queste cose non si dicono a nessuno, non serve. Un bel mattino non mi avrebbe più visto, ecco tutto. Ma dove andare? Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne.

 

 

                                                                                      (da La luna e i falò, Cesare Pavese)

   

February 12

Contenuti Speciali

 

E adesso mettiti comodo proprio lì, tra il cuscino e il posacenere.

Se vuoi prendi la birra in frigo.

I tasti con le frecce ti mandano avanti o indietro. Quando sei pronto puoi premere il tasto play sul tuo telecomando.

Quello che stai vedendo non è il film. Non è il tuo dannatissimo film, quello che tutti conoscono.

Questa è la parte oscura, questo è il lato B. Solo per eletti e collezionisti.

Questo è il tuo specchio più vicino, quello meno rassicurante.

Questa non è il tuo film. Bensì il Making Of.

Qui puoi raccontarti tutto quello che vuoi, tutto quello che avresti voluto, tutto quello che non ti aspettavi, e ovviamente in una parte dovrai dire che il regista che ti ha scelto in questo film è il migliore regista con cui hai mai lavorato, il più severo, il più talentuoso, il più artistico e il più simpatico. Devi dire che sa fare il suo mestiere ed è temuto da tutti eppure è una persona così semplice, modesta e alla mano.

Devi dire che sul set si è creata una vera e propria famiglia, che sarà un peccato quando ve ne tornerete tutti a casa, e che mentre eravate lì ognuno di voi sapeva che stava partecipando a un film che avrebbe fatto storia.

Ringrazia il tuo regista che ti ha dato la possibilità di essere ciò che sei ora, che ha avuto fiducia in te. Ed è grazie a lui che sei un attore affermato.

Dopo aver fatto tutto questo, ricordati che non è il film. Ma è ciò che gli sta attorno.

Perché fuori da questo film, tu sei  quello che gira in ciabatte e che non ha tempo per fare la spesa. Perché fuori da questo film tu sei l’essere più lontano da ciò che rappresentavi.

Questo è il lato oscuro in cui si riversano le frustrazioni, qui puoi dire che in fondo non eri così contento di indossare quella parrucca o quegli occhiali, quella gonna o quella maschera. Che tu volevi interpretare un altro ruolo, però il regista ha deciso che tu non ne eri capace.

Magari volevi essere il giovane innamorato, eppure sei il cattivo basso e tarchiato, perché sarebbe ridicolo se uno come te facesse l’ingenuo protagonista.

Nessuno tiene conto della tua voglia di fare, nessuno ha contemplato il fatto che il tuo impegno in questo progetto è stato terribilmente più ampio di ciò che ti era stato richiesto.

Nessuno ti ha chiesto se ti sei appassionato alla storia, che cosa significava per te quel film.

Quel film con così tante parole azzeccate, con quelle immagini così nitide che sembravano uscite dal tuo inutile cuore basso e tarchiato. Quel film con quelle battute che ti facevano commuovere ogni volta che le provavi.

E invece ti tocca sentire l’intervista del regista, che senza vergogna dice che il suo film era partito come un documentario sugli usi e costumi ma poi hanno deciso di mettere giù qualche battuta in più.

Non bisognerebbe mai sentire la spiegazione del proprio film preferito.

Non bisognerebbe mai vedere la faccia di quello che canta la canzone profonda che ti ha cambiato la vita, perché spesso è un ubriacone che scrive le parole facendo dialogare un dizionario e un dado.

Ma il lato B è tutto questo, è il tuo renderti conto che il film non ti ha poi cambiato la vita così tanto, che in fondo non vedevi l’ora di tornartene a casa da tua moglie e da quel figlio che non hai visto nascere, e che probabilmente, a parte gli addetti ai lavori nessuno si ricorderà di questa fatica.

Le cose non sono andate proprio come avevate progettato, tu non sei quell’uomo felice che speravi, e la tua immagine sullo schermo è sempre più lontana da ciò che avevi deciso di essere.

Questo è il Making Of, il “Come siamo arrivati a questo?”.

Questi contenuti speciali sono l’unico straccio di realtà previsto nel tuo famosissimo film.

E se sei pronto per vederli puoi premere il tasto play sul tuo telecomando.

 

 

January 06

Tutto il carbone che devi

 

Adesso che è notte, adesso che il respiro diventa nebbia, adesso che la polvere delle strade si rimescola in combinazioni nuove così come le persone, adesso che la luna si tatua col disegno di una scopa, adesso che tutto è sotto sopra e c’è aria di mistero, adesso che i bambini stringono i loro nuovi regali e mangiano i loro dolcetti, adesso che le mamme e i papà dormono, adesso che, forse, le mamme dormono in una casa e i papà in un'altra, adesso che qualcuno addenta con una lacrima il suo pezzo granitico di carbone, adesso devia un attimo la scopa, adesso non stare lì a guardare tutto quello che succede, tutta quella gente che ride e si diverte in tuo onore, adesso ti prego vai a casa della ragazza che dorme e riempi di dolce tutto ciò che è diventato amaro, adesso portami tutto il carbone che devi, adesso dille che senza di lei stasera qualcosa ha preso il posto della notte, adesso dille che stasera non riesco ad essere come tutta quella gente, adesso colma questa calza vuota di tutte quelle strane magie che io non ho mai imparato a fare, adesso ritarda solo un po’ e coccolami come sa fare una vecchia nonna, adesso fammi addormentare sicuro che stanotte tutto può cambiare, che stanotte anche una vecchia befana può essere una donna bellissima, che stanotte io posso amare disarmato quella ragazza che ora dorme.

 
November 24

Una palla da baseball fangosa

 

E gli uomini della Terra vennero su Marte.

            Vennero perché avevano paura, o perché non l’avevano, perché felici, o infelici, perché erano come i Padri Pellegrini che avevano fondato le colonie americane, o perché non erano come i Padri Pellegrini. Ognuno aveva avuto le sue buone ragioni per venire su Marte. Cattive mogli da abbandonare, lavori ingrati, città inospiti; ed essi venivano su Marte per trovare qualcosa, o lasciare qualcosa, o ottenere qualcosa, per scavare qualcosa, o seppellire qualcosa, o lasciare una volta per tutte in pace qualcosa. Venivano con piccoli sogni, o sogni immensi, o niente sogni del tutto. Ma un dito governativo vi si appuntava contro, in molte città, da un cartellone stampato a quattro colori: C’E’ LAVORO PER TE NEL COSMO: VIENI SU MARTE! e gli uomini avevano cominciato a mettersi in fila, qualche diecina, in principio, quaranta o cinquanta al massimo, perché gli uomini nella stragrande maggioranza sentivano quell’immenso malessere nel petto ancor prima che il razzo si lanciasse in una serie assordante di scoppi nello spazio. E quel male si chiamava “la solitudine”, perché quando vedevi la tua città natia rimpicciolirsi come il tuo pugno, e poi raggrinzirsi fino a non essere più grossa di un limone e finalmente, ridotta a una capocchia di spillo, svanire nella scia di fuoco del razzo, tu ti sentivi come se non fossi mai nato, e non ci fosse nessuna cittadina natia nell’infinito, ti sentivi nel nulla, con tutto quello spazio intorno a te e niente di familiare, soltanto un pugno di altri uomini sconosciuti. E quando l’Illinois, lo Iowa, il Missouri, o il Montana svanivano nell’oceano di vapori e, ancor di più, quando tutti gli Stati Uniti si riducevano a un’isoletta nebbiosa e l’intero globo della Terra diveniva una palla da baseball fangosa, scagliata nello spazio, allora tu eri veramente solo, vagabondo nelle praterie dello spazio, in viaggio per un luogo che non potevi nemmeno immaginare.

            Così che non c’è da stupirsi se i primi coloni su Marte furono pochi. Il numero poi si accrebbe di continuo proporzionalmente al numero di uomini della Terra già presenti su Marte. C’era una certa consolazione nel sentirsi sempre più numerosi. Ma i primi Solitari dovettero starsene da sé, ognuno per conto suo…

 

 

                                                                           (Da "Cronache Marziane", Ray Bradbury)

 

 

October 27

Come non era previsto

 

C’è una vecchia bottiglia trasparente.

C’è una busta con tante candele colorate.

C’è il fuoco.

C’è qualcuno che solo quel giorno si è sentito artista. Qualcuno che oggi vaffanculo, mi sono rotto e creo un’opera d’arte.

Ci sono dei giovani, finti borghesi, che affascinati osservano l’opera lasciata in costruzione dal neo artista.

L’opera si costruisce da sola, con il tempo.

La candela in cima alla bottiglia squagliandosi versa cera su di essa, lasciando il segno fino a quando non si consuma. E così quella dopo, e quella dopo ancora.

Più va avanti e più la bottiglia non si distingue più. Più la bottiglia è ricoperta di cera di tanti colori diversi, più la bottiglia smette di essere una bottiglia e diventa l’espressione di un momento d’arte casuale.

Sotto la bottiglia un piatto di porcellana, che raccoglie i pezzi di cera che non riescono ad attaccarsi, che non lasciano il segno sul percorso trasparente.

E poi ci sono quei giovani che stanno lì, con stupore a guardare la cera calda accarezzare il collo della bottiglia, e poi il ventre, in questo improbabile eppur affascinante amplesso. La cera copre distanze sempre diverse, scava percorsi nuovi o si adagia su strade vecchie, spesso si spinge al limite della caduta, eppure non cade, si ferma prima.

Poi i ragazzi smettono di essere spettatori assorti ma decidono, ognuno, di prendere un accendino e influenzare la caduta della cera. Dove più dove meno, dove niente, dove tanto. La personalizzano, la rendono propria.

Piano piano anche il piatto sotto la bottiglia comincia a diventare parte dell’opera d’arte, perché in fondo chissà dove finisce l’arte e dove comincia la realtà. Chissà cosa fa effettivamente parte del dietro le quinte. Forse sono opera gli spettatori, che con lo sguardo personalizzano il risultato. Forse è vera arte ciò che muta e si modella, questa cera colorata che si lascia influenzare nei suoi percorsi. Forse l’arte è la bottiglia trasparente, che servirebbe per contenere, e invece si lascia ridisegnare, ricolorare, riutilizzare in un modo che non era stato previsto. Forse il piatto, che è la base solida che permette la stabilità del tutto e che raccoglie tutti gli errori di percorso.

E forse però la vera opera d’arte è quel fuoco, quella fiamma che non cessa di bruciare.

 

 

September 25

Non di uno spazio striminzito

 

Chissà perché poi ho deciso di farlo oggi, quando c’erano momenti migliori.

Forse perché non è obbligatorio disfare le valigie subito dopo un viaggio.

Comincio dalle cose superficiali, dal pavimento ricoperto dalle mie ultime cose. Appunti lasciati con troppa fretta, biglietti dell’autobus, anelli arrugginiti. Frammenti recenti di vita passata.

Con inaspettata cura comincio a sgomberare il primo livello, abbastanza indolore.

Ma poi proseguo. Ci sono soldi sparsi, c’è quell’enorme lattina di Beck’s che ci rese felici e che fece litigare. C’è quell’Amaro da trangugiare insieme prima di salire sul palco per allentare la tensione.

C’è lo scontrino di quella spesa, quel piccolo astuccio con le matite.

Piano piano analizzo cosa voglio tenere, cosa voglio eliminare.

Gli appunti di scienze per quell’interrogazione maledetta, che adesso mi fa sorridere. Butto via.

Il depliant della facoltà che non ho mai scelto, butto via.

Quel regalo che mi fece contento, butto via.

 

Rimettere in ordine una camera dopo tanto tempo, è un viaggio attraverso il passato. Si può scoprire di tutto. Possono uscire fuori cose che in quel momento reputavi solo contorni, e che adesso ti danno l’idea di tutta un’atmosfera che chissà come non c’è più.

Mi chiedo come certe cose mi sono sfuggite di mano, mi chiedo se non potevano durare di più. Mi chiedo quando è il momento in cui si smette di essere spensierati e se lo si è veramente mai stati.

Viaggio tra foto e biglietti del cinema, scontrini. Ci sono i libri per quell’esame di Letteratura Comparata che non ho mai dato, il manuale di scuola guida, il mio primo metodo per il pianoforte, i miei vecchi giochi per computer, la mia prima chitarra. Quei fumetti ancora da leggere, quella bandana, il premio di quel campeggio, il laccio per i capelli, il numero delle tue compagne d’ospedale, il primo libro di poesie, la seconda parte di quella lettera che ti ho scritto, la foto impolverata di noi quattro nel parco dai mille nomi.

Decido con cosa voglio proseguire, decido di prendere per un po’ il posto del guidatore.

E viene voglia di saltare fuori da questo cilindro senza il coniglio, viene voglia di comprarsi chissà quale vita invece di aspettare chissà quale riscatto, invece di richiedere all’esistenza tutte quelle carezze che si è scordata di darti.

Un giorno qui sarà tutto in ordine.

Un giorno farò quel viaggio così lontano.

Un giorno, solo per il gusto di farlo, andrò dal giornalaio e gli rivelerò che non mi chiamo Alessio.

Un giorno cercherò di dirvi quanto siete stati importanti.

Un giorno ti spiegherò perché non ho accettato quel lavoro.

Un giorno ti spiegherò perché non ti rispondo mai.

Un giorno ammetterò che ho bisogno di te.

Un giorno ammetterò che non ti voglio nel mio futuro.

 

Il pavimento è sgombero, i colpi al cuore ci sono stati tutti. L’odore e le immagini di noi che giochiamo per terra ci sono ancora. Tu ci sei, ti sto conservando.

 

Sto facendo posto, sto facendo posto a chi è appena arrivato e ha bisogno di una poltrona comoda, non di uno spazio striminzito. Sto facendo posto a chi lentamente risale i miei ricordi e si prende cura delle mie ferite.

 

Ora è tutto in ordine, e gli strumenti sono tutti fuori. Che forse ciò che conta è solo ricordarsi di avere il tempo per suonare un Banjo.

 

Un giorno verrò a dirti quanto mi stai rendendo migliore.

Un giorno, farò di tutto affinché nulla sia diverso da com’è.

 

 

August 20

Wyoming Group – il Gioco.

 

Wyoming Group – il Gioco.

Istruzioni per l’uso

 

 

Leggere attentamente le istruzioni e assicurarsi che nella confezione siano presenti:

 

Il tabellone con Le Terre

  1 Dado                              

  9 carte “Personaggi Umani”

17 carte “Personaggi Magici”

23 carte “Oggetti”

 

 

Antefatto:

 

- Tratto dal manoscritto di uno dei Nove Cavalieri del Wyoming. -

 

Successe che in una casa molto vicina, nacque un bambino senza neanche un capello, un bambino di nome Xavier, un bambino molto in carne, grasso, per la precisione.

Successe che il vino era tanto, le ore poche e che il  Wyoming era molto più vicino di quanto lo si pensasse, ammesso che qualcuno si fosse mai posto il problema.

Successe che passare sei ore guardando Batman parve a tutti una buona idea e che partire a notte inoltrata lo fosse ancora di più.

Successe che l’Oscuro Signore stava già tessendo la propria trama, e preparando le proprie bambole, e che quell’abusiva casa bianca senza mobili né acqua sembrò a tutti un paradiso per il solo fatto che lì, in una stanza vuota, c’era un’amaca.

Ci sistemammo tutti, noi, l’ologramma, le chitarre,e  un ipotetico cugino invisibile di nome Burino.

Tutti consenzienti quando comprammo 200 litri e mezzo di un vino orribile, e tutti contenti a mangiare la pizza ignari di quanto sarebbe diventata fastidiosa quella parola di lì a qualche giorno.

Mentre le casse dell’autoradio proponevano un reggae molto azzardato, e ci illustravano gli effetti collaterali della castrazione, noi procedevamo a sud. Sempre a sud.

 

 

Storia:

Nove Cavalieri Umani vagano verso sud, nelle terre oscure per riaffermare il proprio dominio. Il loro compito sarà quello di resistere alle tentazioni che l’Oscuro Signore seminerà durante il loro viaggio.

 

 

Carte “Oggetti”:

 

Macchina fotografica

Fidanzata

Macchina 1

Macchina 2

Macchina 3

Chitarra 1

Chitarra 2

Cd Reggae

Sfondo di Giorgia Surina

Il “Panama”

Portafoglio

Occhiali da sole

Pallone

Pozione multipla

Spilla

Barca

Latte scaduto

Telefonino

Motorino potentissimo

Sturalavandini

Corallo

Vino

Piadina Fantasia

Scacciapensieri

 

 

Carte “Personaggi Umani”:

 

Il Giapponese: é = Il personaggio ha capacità d’approccio con qualunque Personaggio Magico, e può immortalare ogni situazione e consultarla tempo dopo.  ê = E’ attratto da un campo gravitazionale proveniente da una città chiamata Noto: ogni volta che al giocatore esce il numero 4, deve tornare indietro di 3 caselle. Oggetto affine: la Macchina Fotografica.

 

Il Pugile: é = Ha il dono di comprendere e parlare qualunque lingua all’interno delle Terre Oscure ed entrare in combutta con i Personaggi Oscuri per ottenere favori. ê = Le prime due volte che si tira il dado, il personaggio si muove istintivamente verso la casella “Roghudi”. Oggetto Affine: Il Cd Reggae.

 

Burino: é = E’ il prototipo di “Fisico Salentino”. Ha il dono di mimetizzarsi con la vegetazione. Ha un superpotere vocale: appena dice la parola “La pizza”, tutti gli avversari si arrendono e chiedono pietà. ê = Appena entra in contatto con l’oggetto affine, scompare. Oggetto affine: Il Telefonino.

 

Tom hanks (o Vitello Grasso): é = Ha uno strato protettivo superiore a tutti gli altri personaggi, di una particolare fibra terrestre. È il personaggio più adatto a rispondere agli indovinelli. ê = In caso di richiesta di sacrificio umano da parte del Signore del male, lui è il prescelto. Oggetto affine: La Macchina.

 

Ben stiller ( o Ologramma) : é = Il personaggio può comparire e scomparire a suo piacimento e può simulare vocalmente qualunque personaggio. ê = Non capisce un cazzo. Oggetto affine: il personaggio non sa cosa vuol dire “affine”.

 

Il Chitarrico (o Menestrello): é = Riesce ad abbindolare i propri avversari con l’utilizzo della musica, e nel momento opportuno un’onda energetica parte dalla stempiatura e disintegra gli avversari. ê = A contatto con vino poco pregiato si trasforma in Indiana Jones. Oggetto affine: la Chitarra.

 

Il Giullare ( o Pazzo): é = Questa carta è divisa in 7 personalità. Il giocatore in base ad ogni situazione può usare a proprio piacimento la parte di personaggio che più si adegua alla situazione. Ha il potere del Rutto con il quale sconfigge gli avversari. ê = Se si sceglie la personalità che non supporta la modalità “Rutto”, il personaggio si autodisintegra e il giocatore perde. Oggetto affine: il “Panama”

 

Tom Cruise: é = E’ uno dei personaggi più forti. È capace di attirare a sé molti Personaggi Magici e renderli vulnerabili. ê = Non sa rispondere agli indovinelli e alle domande retoriche di qualunque personaggio. Oggetto affine: Occhiali da sole.

 

Il Navigatore: é = Conosce a memoria la mappa delle Terre Oscure e la rielabora a proprio piacimento. Veloce e prestante nel fisico. Ha il potere di gestire il denaro di tutti i Personaggi Umani. ê = Cambia frequentemente qualunque idea su qualunque argomento. Oggetto affine: il Portafoglio.

 

 

Carte “Personaggi magici”:

 

Lu Pilu: E’ il terribile Signore Oscuro, e domina ormai quasi tutto il Mondo. La sua fortezza risiede nel luogo “Porto Cesareo”, ha moltissime schiave e aiutanti.

 

La Fica Tatuata: Questo personaggio non compare mai, ma semina il percorso di avvertimenti. L’unico Personaggio Umano in grado di entrarvi in contatto è “Il Pugile”.

 

La Pubista: Personaggio cattivo e astuto, è uno dei fidati cavalieri del Signore Oscuro. Ha il potere di incantare e di penetrare i sogni, ha un aspetto cordiale e amabile, ma il suo obiettivo primario è non far uscire i propri nemici dalle Terre Oscure. Si incontra nella casella 4. Oggetto Oscuro: la Pozione multipla.

 

Camilla: Servo del S.O. , ha un potere vocale: se dice la parola “Otto Maschi!” tutti i personaggi perdono 5 Punti Resistenza, ciò vuol dire che sarà più facile nei turni successivi perdere l’oggetto “Fidanzata”.

 

La Giostraia: Al servizio del S.O. : Se incontra questa carta, il giocatore rimane imprigionato nella giostra fino a quando non esce il numero 2.  Con questa carta, il personaggio “Il Pugile” salta un turno. Oggetto Oscuro: la Spilla.

 

Il Barcarolo: Magia Bianca: Chi incontra questo personaggio e fa un punteggio dispari salta una delle prime 5 caselle. Oggetto bianco: la Barca.

 

Giglio Tigrato: Servo potentissimo del signore oscuro, se entra in contatto con l’oggetto “Telefonino” è in grado di disintegrare qualunque avversario. Particolarmente dannosa per il personaggio umano “Burino”. Oggetto Oscuro: il Telefonino.

 

La Suora: Magia Bianca, appartiene al popolo dei Nani. 2 Punti Sorriso.

 

Il Vecchio: Questo personaggio ha il compito di proteggere durante la permanenza nella casella. Con questa carta il Signore Oscuro non può colpire.

 

Il Cugino: Personaggio della Magia Bianca, con esso si guadagnano 2 Punti Cultura ma si perde un turno. Oggetto Bianco: Il motorino potentissimo.

 

I Sovrani dell’Agriturismo: Servi della Magia Bianca. Sono i Sovrani di una parte di Sciacca. Sotto la loro protezione il Signore Oscuro non può colpire. Oggetto Bianco: lo Sturalavandini.

 

Le Otto donne: Sono al servizio del Signore Oscuro, sette di loro sono mute, solo una di esse parla. Sono innocue, tranne per il personaggio “il Giapponese” che con questa carta guadagna 5 Punti Autostima, ma se tira il numero 6 ne perde 10.

 

Il Negoziante di Souvenir: Personaggio servo della Magia Bianca. La sua carta alza tutti i punteggi di 2 punti. Oggetto Bianco: il Corallo.

 

L’Oste: Magia Bianca: il giocatore che entra in contatto con questa carta potentissima guadagna 5 Punti Vita e 4 Punti Sorriso. Oggetto bianco: Il vino.

 

La Guida: Magia Bianca: Tutti i personaggi guadagnano 5 Punti Cultura. Nota: Il personaggio che possiede l’oggetto “Macchina Fotografica” e lo usa con questo personaggio, perde un turno.

 

I Baristi: Personaggi ambigui: questa carta fa guadagnare 2 Punti Vita ma fa anche perdere 2 Punti Autostima.

 

Il Venditore di Scacciapensieri: Personaggio Ambiguo: Quando questo personaggio usa l’oggetto “Scacciapensieri” il giocatore è protetto dalle tentazioni del S.O., ma perde un turno. Oggetto Oscuro: lo Scacciapensieri.

 

 

 

Le Terre:

 

Porto Cesareo – Caselle 1-5:

E’ uno dei bastioni d’attacco più importanti delle Terre Oscure insieme a Lecce, dove regna il Signore Oscuro Lu Pilu. Avvicinarsi senza essere colpiti è un’ardua impresa. Le tentazioni per i Personaggi Umani sono molte, e spesso risentono di questa onda energetica anche i personaggi magici.

A questo luogo sono dedicate le prime 5 caselle, tutte caselle pericolose nelle quali si rischia di saltare parecchi turni o di perdere poteri. Se la permanenza in queste caselle dura più di dodici turni, il personaggio perde l’oggetto “Fidanzata”. Con punteggio pari nelle caselle dispari o viceversa, si incontra il Personaggio Magico “La Giostraia” (leggere sulla scheda dei personaggi). Nella casella 4 si incontra il personaggio “la Pubista”. Nella casella 2 “La Fica Tatuata”, nella 5 “Il Barcarolo”.

 

Craco – Casella 6:

Il paese fantasma: si narra che questo paese era un tempo abitato da umani. Essi però sfruttarono troppo avidamente il territorio, e la natura un giorno decise di spazzare via i parassiti.

Per tutti i Personaggi Umani e Magici è una casella innocua tranne che per il personaggio “Burino” che in questa casella salta un turno.

 

Roghudi – Casella 7:

Il secondo paese fantasma: Secondo un’ancestrale maledizione, nessun personaggio può entrarvi, ma è destinato a costeggiarlo senza mai accedervi. Solo i personaggi umani “Il Pugile” e “Burino” hanno il potere di varcare la soglia.

Tutti i personaggi su questa casella aumentano di un punto e arrivano direttamente alla casella 9 tranne Il Pugile e Burino.

 

Melito Porto Salvo – Casella 8:

Il paese esiste solo di notte. Con il sorgere del sole lentamente si disintegra. In questa casella i personaggi “il Chitarrico”, Il “Navigatore”,  “Il Giapponese” e “Il Giullare” guadagnano 2 Punti Vita ciascuno. Se ci si arriva con il numero 6, si incontra il Personaggio Magico “Il Vecchietto” che funziona come protezione dai personaggi oscuri per tutta la permanenza nella casella.

 

Nota: Se si arriva a questa casella tirando 1, 2 o 3 si perde l’oggetto “Macchina”.

 

Catania – Casella 9:

La Città salvifica e ristoratrice. In questa casella tutti i personaggi acquistano 5 Punti Vita. Se ci si arriva con i numeri pari si finisce nella parte della casella chiamata “Piattaforma” nella quale si perde l’oggetto “Fidanzata”, con numeri dispari si incontra il Personaggio Magico “Il Cugino” e il giocatore salta un turno.

 

Sciacca  - Caselle 10-15:

Il rifugio sicuro. In questo anfratto di mondo, i personaggi sono al riparo dalle sotterranee tentazioni del Signore Oscuro. Nella casella 13 però, i personaggi che arrivano con punteggio dispari, potrebbero perdere 1 Punto Autostima oppure l’oggetto “Fidanzata”. Nella casella 14 i personaggi “Il Pugile” e “Ben Stiller” perdono 4 Punti Autostima.  Nella casella 12 il personaggio “Burino” perde il suo oggetto affine.

 

Agrigento - Casella 16:

Questa casella è divisa in 3: Il Centro – Valle Dei Templi – San Leone. Con il punteggio 1 –3 –5 si finisce nella Valle  e si incontra il personaggio “La Guida” (Il personaggio umano Ben Stiller perde l’oggetto “Occhiali da sole”). Con 2-4  a San Leone 2 Punti Vita (Con l’oggetto “Piadina Fantasia” 5 Punti). Con 6,  Il Centro, il giocatore perde la partita, e viene gettato nell’oblio.

 

 

 

Assicurarsi che ci siano tutte le carte.

Assicurarsi che ci sia il tabellone.

Assicurarsi che ci sia il Dado.

Se il Dado non dovesse esserci, tornate dal vostro rivenditore di fiducia, oppure giocate un po’ come cazzo vi pare.

 

Buon Divertimento.

 

 

July 30

Scrivendo sui bordi

 

Questo sole finalmente estivo che illumina i cipressi intorno a noi e paradossalmente dona vita, insistentemente inclemente ci cuoce come salsicce alla brace.

“Non vorrei mai essere morto in questo posto”, mi dice Guybrush. E io annuisco.

Con un motorino e dei fiori in mano ci aggiriamo nella parte visibile dell’entroterra.

Ogni volta gli stessi movimenti, ogni volta una foto diversa. Non sempre una foto. Piccoli movimenti per persone lontane tra loro. Un fiore per te che hai letto il libro senza guardare la copertina, per te che eri bella, e non hai potuto fare “scelte sbagliate”, per te che non hai avuto orsacchiotti da stringere, né carezze da ricordare. E soprattutto per te, che il mio silenzioso ringraziamento è un gran bel girasole vicino ad una croce provvisoria.

Oggi sono qui con qualcuno che mi penetra le lacrime, con qualcuno che in maniera completamente diversa è l’ingrediente mancante delle mie ricette. Oggi siamo qui a ricordarci che una parte in cielo già ce l’abbiamo.

Nella mia testa ci sono consapevolezze diverse. C’è un possibile passato fatto di fatica, di scelte, qualcuna volontaria, qualcuna no. Un passato fatto di lavoro su lavoro, ma anche di soddisfazione, di persone nuove, di pizze al taglio in ufficio a orari improbabili, di piccoli gesti che portano a creare grandi cose, partendo dalla base. E poi una valigia con i primi vestiti rimediati e il ritorno alle cose semplici. Il prendersi poco sul serio, il giorno prima col completo elegante, il giorno dopo con le corna finte e i piedi nudi a entrare e uscire da un armadio di cartone.

E c’è un possibile futuro fatto di ignoto. Fatto di semi piantati, fatto di vecchie certezze, fatto di baci ancora nuovi e di un amore da coltivare.

A fare un bilancio di un anno così assurdo mi viene da lasciare un grande buco bianco al centro del foglio, ma riempire i bordi quasi da non capirci nulla.

E a furia di girare intorno al vuoto magari il bianco diventa meno visibile - ma sempre presente - .

Il sole comincia a superare il suo culmine, comincia a pendere dall’altra parte.

“Ogni volta c’è sempre più gente da venire a trovare” , mi dice Guybrush mentre usciamo da questo posto, senza più fiori in mano. E io annuisco ancora.

Poco prima dell’uscita, in una montagnola di terriccio, stanno crescendo piante nuove.

 

 

June 11

Fuori dal mondo incantato

 

Stanno chiudendo le porte, stanno spegnendo le luci.

Tra poco non ci sarà spazio per nient’altro.

Gente semi nuda cammina avanti e indietro frettolosamente.

I bambini gridano, le mamme li inseguono con gli ombrelli aperti.

Tra poco saliamo sulla giostra, allacciamoci bene, che stavolta il cannone ci butta lontano.

Allacciamoci bene, che magari riusciamo a vedere tutto il panorama che ci lasciamo alle spalle. E magari possiamo pensare che tutto quello l’abbiamo fatto noi, con fatica.

So che state aspettando. So che ci incontreremo senza parlarci, so che saremo in due istanti diversi, eppure entrambi nello stesso tempo.

Carichiamoci insieme, beviamoci su. Che se questa non va, è proprio finita.

Fuori dal mondo incantato, fuori dalle foreste e dalle corti, piove a dirotto. Piove su quella barca rovesciata, sui nostri vestiti dimenticati. Piove su questa paura che abbiamo e sull’euforia che ci farà dimenticare, che ci accompagnerà.

Piove sulla nostra voglia di fare, sulle litigate notturne, sulle risate, sul rischio di non farcela, sulle rinunce.

E io ti sto pensando come non mai. Mi sto chiedendo se è possibile fingere stati d’animo così diversi fra loro, se si è capaci di rendere felici quando là dentro nulla è più al posto giusto.

 

Manca poco.

Il trucco servirà a coprire le impronte lasciate dalle mie lacrime.

Sto per entrare. Stiamo per entrare.

Metterò tutto da parte e vi stupirò. Vi insegnerò qualcosa in questi abiti che non sono né da prete, né da professore.

Entrerò con questa parrucca nera, con questo vestito troppo lungo. E vi farò ridere.

Attorno a me i compagni di viaggio, non sono mai stato solo.

 

Avete riso. Per la prima volta. E ancora, di nuovo.

Riesco a scorgere il sorriso dei bambini che ci inseguono con lo sguardo, che stanno salendo con noi sulla giostra e accettano di farsi buttare lontano. E sento anche voi, che forse di salire non ne avete il coraggio, non tutti.

Sento voi che non conosco, e voi che mi amate. E sono qui anche per voi che non mi stimate, voi che chissà cosa pretendete.

 

Un bambino parla ad alta voce, una tenda si scosta, filtra la luce. Cade l’inganno. I mondi entrano in contatto, e ci sentiamo un po’ tutti burattini, un po’ tutti finti.

Arriva la realtà, e fa male. Solo era bello avere l’illusione, che magari lì, dove c’è il buio, c’eri seduta tu. Che mi guardavi, che guardavi solo me, come al solito.

 

Dura poco, torna il buio.

Tra poco c’è il momento che aspettavo. So che in fondo hai un posto privilegiato. So che qualunque cosa stia succedendo da quelle parti, tu hai me negli occhi.

 

E io nel cuore, sopra tutte quelle cose in disordine, ho te.

 

 

May 12

Versi di cemento e di vetro

 

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov'erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d'un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l'odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi. 

                      "Traducendo Brecht",  Franco Fortini

 
A cercare di combattere la nausea sotterranea. Nessun sentimento deve superare la soglia di visibilità. L’odio è avversione, l’amore affetto. È tutto pacato e la medaglia si gira senza posarsi mai su un lato. Non si scopre nessuna delle due facce. I discorsi sono sempre vaghi, i buoni a volte ti feriscono, e con i cattivi intavoli amabili conversazioni. Né testa né croce. Cerco qualcuno a cui dare la colpa, ma sarebbe più semplice distribuirla in piccoli pacchetti regalo. Pacco anche per me.
Pacco anche per me che scrivo per sentirmi libero, che pigio tasti invece di urlare. Pacco per voi che forse non mi ascoltereste. Pacco per la scrittura che non cambia nulla, anche se aiuta a capire.
Qui dove loro cercano di farmi entrare nella loro pacata indifferenza, qui dove si lotta per distinguere un giorno dall’altro, qui dove il tempo è scandagliato, ma la luce no, qui dove fatico per non diventare una persona seria, tu prendimi per mano, e ricordami che l’amore, almeno quello, non ha orari. Aiutami a superare la soglia e a far si che per me la medaglia cada dal lato tuo. Aiutami a conservare me stesso, e non cambiarmi se non in meglio. Aiutami a fare sempre la scelta sbagliata, la meno conveniente e aiutami a sbilanciarmi, a non contenermi, a perdermi. Perché ci sono troppe barriere, perché a volte ti vengono imposte, perché a volte frenarsi è la soluzione più accettabile, ma non quella che si desidera. E io invece ho bisogno di perdermi in questo grande temporale.

 

 

April 17

Per qualcuno è primavera

 

Con la finestra d'acciaio che non si chiude neanche con quel calcio ben piazzato sulla cornice, entra quest’arietta di primavera un po’ piovosa un po’ splendente. Un po’ indecisa. In una stanzetta i faretti fissi uccidono i cambiamenti temporali e il rumore dei fax e dei telefoni mi fa pensare che questo sia il punto di non ritorno. Qualcuno qui vicino è perso alla ricerca della trovata di Marketing più geniale, della scelta del pacchetto più fastoso e conveniente.

Qualcuna passa la giornata a rispondere a una chiamata che non è mai per lei e queste fastidiose bocche meccaniche sputano a intermittenza documenti che verrano catalogati almeno in 3 luoghi differenti, per non essere probabilmente consultati da nessuno.

Ci sono in giro fogliettini pieni di numeri, esterni, interni, doppi. Liste di condivisioni, regolamenti, titoli nazionali, titoli internazionali, case di produzione, elenchi di attori.

C’è qualcuno che fuma tranquillamente, anche quando è vietato, qualcuno che durante le riunioni con grandi nomi con grandi giacche e grandi cravatte, e una bottiglia d’acqua a persona, si controlla il maglione liso e cerca di ricordare dove ha parcheggiato la sua bicicletta.

Qualcun’altra ha lasciato tutto questo e forse sta nuotando nella sua piscina e recuperando le ore perse a protocollare fogli.

Qualcuno ha sempre la testa tra le nuvole, sbaglia tutto.

Da qualche altra parte c’è una persona che funziona come una calamita, e si porta dietro tutti i pensieri. Una persona che è entrata di forza con un abbraccio, delle nottate svegli, e quel quadro di quel tale, che a guardarlo è sempre più bello.

Una persona che aspetta qualcosa, che ha voglia di avere e paura di perdere, paura di non essere totalmente contraccambiata.

Qualcuno gira con un telefonino e fissa appuntamenti in ogni parte del mondo. C’è attesa.

I tecnici dei computer si interrogano sugli ennesimi fallimenti.

Qualcuno si prende insulti da quella persona che desidera amare come forse non ha mai fatto e ha paura di farlo. Ha paura di un altro errore. E le parole non escono, e sono tutte là sotto. E fanno male, perché si accumulano, si mescolano sotto al cuore che sembra dover sbucare fuori da un momento all’altro. Sembra rompere gli argini. Come far capire a quello sguardo così bello, così indagatore e seducente, che basta solo quello per dimenticare ore passate a fare cose inutili.

Che la primavera è arrivata, non grazie al sole, ma grazie a quel corpicino da tenere stretto. Che forse non c’è niente di più vero di quelle mani che sudano ad ogni parola, e niente di più inutile di tutto il mondo che sta fuori quella macchina bianca con le portiere sempre aperte.

Che questo inizio, potrebbe ripetersi all’infinito senza mai un pentimento.

 

 

March 23

La pioggia, e la collezione di odori

 

Sono infelice e annoiata.

            Apro le ante del mio armadio segreto e cerco un odore che mi tiri su il morale.

            Odore numero 1: nonna

            Odore numero 33: Fabiola.

            Odore numero 79: Gianni.

            Odore numero 401: Barbara.

            Odore numero 489: Marco P.

            Odore numero 777: Claudio.

            Odore numero 903: Pier.

Una discreta collezione. Tiro fuori l’odore numero 2, l’odore di mia madre, un miscuglio acre di colori a olio, nicotina e un fondo dolciastro che viene proprio dalla sua pelle. È dolce e allo stesso tempo ha un retrogusto di oceano. Annuso la sciarpa che le ho rubato, quella che indossava quando d’inverno il riscaldamento nella dèpendance si rompeva e lei non rinunciava a dipingere. Avrebbe dipinto sotto la neve se ce ne fosse stato bisogno. Inalo profondamente, fino alla fine della gola, m’impossesso del suo odore e sono in riva al mare, posso sentire le onde che sbattono contro gli scogli e il rumore del vento che mi scompiglia i capelli. Gli occhi mi si bagnano e capisco che è il momento di riporre la sciarpa. Prendo il numero 561. Patrizio. Dolce & Gabbana uomo, dolce, intenso, un retrogusto speziato e un fondo di cannella. Ho la pancia sudata e m’ingarbuglio dentro le lenzuola stropicciate.

            Numero 799 Francesco. Nivea, pane, sole, nuda su un letto per dieci ore, a ridere, parlare, amare.

            Malinricordi.

            Buongiorno malinricordi.

            Gli odori della pelle sono solo migliaia di malinricordi in più.

            Ripongo gli odori nelle loro apposite buste, con minuziosa precisione sigillo a caldo il lato aperto.

             Numero 5. Riccardo. Ecco, Ricky so già che mi farà ridere.

Afferro la busta, la apro fiduciosa di ritrovare serate in discoteca, risate, Paola che si ubriaca fino a non reggersi in piedi, gente che saltella come canguri, abiti firmati e borsette di Gucci. Avvicino alle narici il maglione grigio che Riccardo dimenticò a casa mia non so quanti miliardi di anni fa. Lo trovai per caso su una sedia in salotto. Credo di averci dato un’annusatina sommaria e di averlo catalogato e riposto subito dopo. Senza tanta importanza. Un odore intenso di muschio e sandalo.

            Non mi ero mai accorta che Riccardo avesse questo profumo di pelle. È proprio vero che più una persona ti sta vicino e più non fai caso alle sue qualità. Più credi di conoscere una persona più il suo senso ti sfugge. Continuo ad avvertire sensazioni contrastanti. Sniffo profondamente, mi riempio i polmoni di Riccardo. Mi piace moltissimo, non staccherei più il naso da questo maglione.

             Dovrei distrarmi da questa cosa che non so controllare.

 

 

 

Piove.

            Adoro la pioggia.

            Adoro il sapore della pioggia.

            Un profumo madido e intenso, zuccheroso come le fiere del luna park che vendono torroni, caramelle e zucchero filato…. E improvvisamente da dolciastro si fa amaro e selvatico come la baia di qualche oceano e puoi vedere le onde che s’infrangono e sentire spruzzi vaporosi sfiorarti le caviglie.

            Adoro il profumo della pioggia.

            Adoro il suono della pioggia.

            Un suono preciso come un orologio che non è il mio. Nenia incessante come la ninnananna della buonanotte che si ripete ai bambini per farli addormentare. Rassicurante pioggia, compagna di notti passate sveglia ad ascoltare il suo malinconico concerto di solitudine e nemmeno immaginare d’essere stretta a qualcuno, perché lei era troppo per essere divisa con un altro paio d’orecchie.

 

 

 

Poi dicono che sono depressa, lo dice mia madre, la mia analista ne era fermamente convinta, perfino i miei amici ogni tanto ci fanno caso, ma solo ogni tanto, perché il resto del tempo sono presi da se stessi e da qualche evento mondano.

La depressione però non è quello che si pensa di solito, è solo questo. Non è uno stato preciso; un momento transitorio, forse, ma non ha delle caratteristiche ben definite, non come agognerebbero gli psicologi, perlomeno. È solo questo, una parola: depressione. È solo un insieme di mille domande, e mille non-risposte, un’assenza di voglia di andare avanti, e poi è tutto quello che hai intorno che ti dà la nausea e che non è più nel posto giusto sulla mensola, anche se quella sistemazione glie l’avevi data tu.

O forse è il buio, quello di cui gli uomini preistorici avevano così timore prima di scoprire il fuoco. O forse è quello che ci sta dentro al buio. E dentro al buio ci sei solo tu, ed è questo che spaventa davvero; la depressione è arrivare alla consapevolezza di quello che si è realmente, è l’inevitabile paura di trovarsi di fronte a qualcosa che non ci piace, la paura di non sapersi affrontare e migliorare. Così, semplicemente ti lasci andare nel tuo piccolo dolore personale, ti lasci cullare dalla svogliatezza di metterci un rimedio. Tutto qui, Molto più facile di quello che si paga per cercare di guarire.

            È la tristezza più avvolgente.

            Il dolore meno pungente ma più costante.

            È una scatola nera senza uscite.

            Un cubo di Rubick mancante della combinazione finale.

 

 

 

 

 

                 (Da Il quaderno nero dell’amore  e da Io non chiedo permesso,  Marilù S. Manzini)

 

February 28

Ed un nome e cognome, che comunque resiste di più

 

Alla pernacchia che mi facevi storcendo la faccia

al medio sempre alzato

alla sigaretta fino all’ultimo

ai desideri non espressi

alla voglia di cambiare, e di viaggiare

alle foto con la vecchia macchina fotografica marrone

alla felpa rosa con scritto “stop me” e le scarpe false

alle buste dei giocattoli fino al lavoro

alla voglia di scrivere

al bisogno di non morire

alle canzoni cantate con la voce da uomo

alle domeniche col ferro da stiro

alle lasagne al ragù

alla risata da bambina

a “Magic Mauro”

ai tramezzini prosciutto e formaggio per quando avevo la febbre

a “Peter Pan rincoglionito”

alle parole che non escono

alla macchina nuova

a “Francescazzo: tutto sotto controllo”

alla sera nel convento di suor Daniela

a tutte le cose che ho già detto e non smetterò più di dire

a quella giornata a Fiabilandia con il piede gonfio

alle vertigini

alle confessioni

alla nobiltà d’animo

al pulmino rosso e la gig nikko

a tutto quello che ha colorato i quaderni della mia infanzia

a tutte le cose che non tornano più

a te che “l’importante è che quando la morte arriva mi trova viva”

 

alla barca di carta che non voleva affondare,

alla barca di carta, che credo non affonderà mai.

 

 

January 30

Nel momento giusto

 

Mentre lei corre e genera libertà, bella e spontanea, io con un funky blues molto soft nelle orecchie cammino da solo sotto questo sole clemente - accenno un balletto - e annuso tutti gli odori e i profumi che la natura mi propone. In questo momento sono sereno, sono felice. La vita ti si concede ad attimi e se capiti nel momento giusto riesci a farti centrare e coinvolgere.

Il vento dolce e delicato mi accarezza, e mi chiedo se in quel vento ci sei tu, se mi stai guardando da chissà dove, se stai contando i miei passi.

E mi basta questo per avere i miei minuti di pace.

 

January 22

Anche per lei, dovunque vada

 
Come le gocce di pioggia si riversano incessanti sul vetro, così i pensieri si raggrumano sulla coscienza, offuscando la visuale.
Non si vede quasi nulla e il cielo sembra volersi nascondere, sembra voler aumentare le proprie barriere.
Con il suo guanto sinistro Silvia strofina il finestrino sperando di intravedere la strada e magari capire dove si trova. Ha già provato a chiederlo alla sua vicina, ma questa è un’anziana polacca sorda, e alla sua disperata domanda ha risposto “sono le 8:35, prego”.
Il banchiere tiene stretto tra le mani il giornale ancora caldo e analizza mentalmente i momenti liberi che avrà per leggerlo.
Fanny sembra non essersi accorta minimamente che fuori piove, i suoi mille splendidi soli sono giunti quasi alla metà e anche oggi le illuminano la mattinata.
Oggi c’è un silenzio spettrale, il ragazzo racconta-storie non è salito.
Con un po’ di attenzione riesco a sentire sotto di me i piccoli fremiti delle gomme sull’asfalto bagnato, gli impercettibili movimenti in mezzo al traffico piovoso.
La vecchia ha un’acconciatura impeccabile, e la controlla e ricontrolla in un piccolo specchietto che estrae dalla borsetta, poggiata sulle sue gambe. È seduta.
La maestra e la zitella sono salite insieme, e chiacchierano amabilmente nei posti più in fondo. La maestra racconta del colloquio con i genitori. Per alcuni bambini non si è presentato nessuno, dice, per altri sono venuti almeno 3 genitori.
La zitella ride ma con un pizzico di inquietudine e disillusione.
 
Sale anche la Filippina, è bagnata dalla testa ai piedi, e cerca di farsi spazio come può. In una mano tiene un ombrello grondante, nell’altra un panino con aglio e salame.
Dalla parte opposta, il tipo obeso, inspira.
La studentessa parla al telefono e afferma che tra meno di due ore ha l’esame di economia aziendale. Ha degli stivali, la minigonna, e ha messo le lenti a contatto.
Ora sale anche l’impiegato, che spostando frettolosamente le persone si dirige verso l’obliteratrice e timbra il suo biglietto. La studentessa allora si ricorda e con un gesto fulmineo ne tira fuori uno stropicciato e lo inserisce nella macchinetta. Fanny non si è accorta di nulla, la maestra ricontrolla il suo.
 
Esiste una figura mitologica, della quale si narra da tempo. Molti passano il viaggio pensando che potrebbero incontrarlo da un momento all’altro, alcuni ne hanno il terrore, altri giurano di averlo visto.
Questa figura è il Controllore.
Nessuno sa effettivamente come è fatto, qualcuno afferma sia simile a noi, altri dicono che non esiste ma è solo un modo per farci rigare dritto. Ma tutti in realtà, nessuno escluso, nel profondo sanno che quando lo incontreranno dovranno essere pronti.
 
Silvia sbirciando si chiede quanto manca alla sua fermata, se vale la pena rischiare di non timbrare quel pezzo di carta, e risparmiare qualche soldo.
La maestra è quasi arrivata a destinazione e con tanti saluti si congeda dalla zitella.
La zitella, rimasta sola apre la sua borsa, fruga per un po’ e con aria soddisfatta estrae un libro; un segnalibro ricamato, bianco con ghirigori azzurri è stretto tra le prime venti pagine come il salame tra le fette di pane della Filippina. Il libro è “Mille splendidi soli.”
La studentessa è immersa tra foglietti gialli che sbucano da tutte le parti, appunti inutili su qualunque cosa. Tra questi ce n’è uno che la fa sorridere, e allo stesso tempo la riempie di malinconia. Non ci sono evidenziatori che possono aiutarti a non commettere sempre gli stessi errori. Non ci sono manuali che ti spiegano quali sono errori, quali no. Spesso non ci sono delle vere e proprie risposte giuste.
 
Vicino ad un posto vuoto, ci sono io.
L’occupante è sceso da qualche fermata e io forse ho smesso di sentirne la mancanza.
La pioggia mi scende dentro e leviga la mia ruggine. Fuori la gente, vestita di gocce, continua le proprie attività. La bella barista in una mano tiene un vassoio con dei bicchierini di plastica, nell’altra la propria frangetta nera impregnata d’acqua. Il venditore di tappeti attacca fuori dal negozio l’ennesimo cartello di svendita totale. L’agente immobiliare con un ombrello nero cammina frettoloso. Il parroco continua a guardare il cielo dubbioso, in una mano stringe la nuova traduzione del vangelo, nell’altra il proprio credo consumato.
Silvia approfitta della momentanea fermata e con sguardo curioso all’esterno legge i nomi sul cartellone giallo e calcola i tempi e le distanze.
Nella mia tasca c’è un biglietto mai timbrato e non so se mai lo timbrerò. Sono nel limbo dei latitanti anch’io, eppure sono sempre qui.
L’impiegato getta una fugace occhiata all’orologio e si scopre come al solito in ritardo, maledice la pioggia e il traffico. Il banchiere addiziona mentalmente il tempo della lettura quotidiana e sottrae quello del lavoro.
Fanny si accorge ora di cosa c’è fuori. È tardi anche per lei, dovunque vada. Eppure quel ritardo le permette di continuare a leggere. Quei minuti che si allargano le permettono di perdersi ancora.
 
Continua quest’incessante malinconia mista a gioia di vivere, questa pioggia che scende nell’anima e non concede respiro, non chiede spiegazioni. Continua spesso a perdersi il motivo del mio essere su questo sedile, e continuo spesso ad aggrapparmi a questa splendida sensazione di movimento, a questo mai sentirsi uguali. Fisso anch’io il paesaggio fuori dal finestrino, e come Silvia, non sempre lo riconosco.

 

December 27

L'anno che verrà

 

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.

Si esce poco la sera, compreso quando è festa
e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e tutti quanti stiamo già aspettando
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce,
anche gli uccelli faranno ritorno.

Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.

E si farà l'amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.

Vedi caro amico, cosa ti scrivo e ti dico,
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico, cosa si deve inventare
per poter riderci sopra,
per continuare a sperare.

E se quest'anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch'io.

L'anno che sta arrivando,

tra un anno passerà
io mi sto preparando,

è questa la novità.

 

 

                   

                       (L'anno che verrà, Lucio Dalla)

 

Ho sempre vissuto con incoscienza il passaggio, non ho mai pensato cambiasse veramente qualcosa, e in realtà non l’ho mai desiderato veramente. Ma tu, che stai per arrivare, porta via quest’anno, porta via quei giorni in modo da non farli bruciare ancora qui dentro, o almeno non del tutto. Porta via quel pomeriggio seduti in cerchio sul divano. Porta via le incomprensioni, i pianti. Porta via le litigate. Porta via le vacanze riuscite male, porta via l’odore di ospedale, le parole di troppo. Porta via il male fatto senza volerlo. E anche quello fatto coscientemente. Porta via quel pomeriggio con il rasoio in mano. Porta via quel mattino di me alle 5:00 in macchina, a guardare la sua finestra, il suo portone, quei luoghi che non avrei più rivisto. Porta via gli addii. Ma non portare via quegli strumenti persi nell’erba con la macchina parcheggiata alla meno peggio. Non portare via il sorriso nei momenti meno indicati, non portare via le sue mani, e quelle labbra, e quei pomeriggi. Non portare via la notte in 3 nel letto a ridere e fare pernacchie, non portare via quel discorso tutti insieme su di una zattera piratesca in mezzo al mare spagnolo. Non portare via gli amici, quelli veri, quelli che ci sono. Non portare via quelle ore interminabili di Milano. Non portare via lei, fa che possa ancora sentirmi figlio. Non portare via le mie radici. Non portare via le luci, i vestiti sporchi di trucco e la voce che trema al microfono. Non portare via quella sera che ho ripreso un volante in mano. Non portare via tutti i ragazzini intorno al fuoco, e il freddo. Non portare via quella sera che io e lei scavalcammo a Villa Ada salendo sul tettuccio della mia macchina. Non portare via quella stramba festa vestiti da ‘700. Non portare via le soddisfazioni, ma forse neanche le sconfitte. Non portare via la consapevolezza, ma neanche l’inconsapevolezza. Vorrei accogliere quest’anno così, come viene, come sempre. Ma in realtà è che le aspettative sono molte. Ed io stavolta, mi sto preparando.

 

December 15

L'angolo destro

 

È noto che i Darling abitavano al 14, e finché Wendy non venne al mondo, sua madre fu il personaggio più importante. La signora Darling era graziosa, aveva un cervellino romantico e una bocca dolcemente ironica.

Il suo romantico cervello era simile a certe minuscole scatole, una dentro l’altra, che vengono dal misterioso Oriente. Se ne apre una, e dentro se ne trova un’altra, e in questa un’altra ancora, e così via. E sulla sua bocca, dolcemente ironica, aleggiava sempre un bacio che Wendy non riusciva mai a cogliere, sebbene stesse lì, perfettamente visibile all’angolo destro.

Il signor Darling conquistò a questo modo la signora Darling: i numerosi giovanotti che da bambini avevano giocato con lei, si avvidero simultaneamente di esserne innamorati e corsero tutti a casa sua a chiederne la mano, tranne il signor Darling. Egli montò in carrozza, giunse primo, e ottenne la fanciulla. Ottenne tutto da lei, all’infuori della scatola più interna del cervello e del bacio aleggiante all’angolo destro della bocca.

            Veramente, della scatola interna egli forse non seppe mai nulla, e al bacio rinunciò in tempo, così da non averne un rifiuto. Wendy pensava che Napoleone avrebbe potuto conquistare quel bacio. Noi crediamo invece che anche lui sarebbe fallito nel tentativo, e ci sembra di vederlo correr via furibondo sbattendo la porta.

            Il signor Darling si vantava con Wendy che la signora Darling non solo lo amava, ma soprattutto lo rispettava.

            Egli era uno di quei personaggi importanti che sanno tutto intorno ai titoli e alle azioni. A essere sinceri, nessuno capisce bene come vadano queste cose, ma egli sembrava lo capisse, e parlava con tanta competenza di azioni in rialzo e di titoli in ribasso che nessuna donna avrebbe potuto fare a meno di ammirarlo e rispettarlo.

La signora Darling si era sposata in bianco e i primi tempi aveva tenuto in modo perfetto i conti di casa, quasi con entusiasmo, come si trattasse di un  gioco.

Non dimenticava di annotare nemmeno l’acquisto di un cavolino di Bruxelles. Poi, con il passare del tempo, dimenticò di conteggiare interi orti di cavolfiori, e al posto delle addizioni e delle sottrazioni apparvero abbozzi di bambini senza volto. Erano gli indovinelli della signora Darling.

 

 

                                                                                      (Da "Peter Pan", James Barrie)

 

 

November 13

Scenografia delle mie pagine

 

Fanny sbadigliando volta lentamente l’ennesima pagina del suo “Mille splendidi soli”, e leggendo le prime righe accenna un’espressione compiaciuta. Il banchiere con il suo affezionato e liso giubbotto giallo è già salito e si guarda attorno alla ricerca di un posto nel quale consumare in santa pace il suo quotidiano; la Filippina ha già sfoderato la sua colazione salata, e Silvia nel suo orario più insolito, ruota le pupille come se tutto fosse stato appena concepito.

“Non sai quello che gli abbiamo fatto…”

Puntuale come da copione la vecchia spunterà all’improvviso.

“…la villetta in campagna era di mio nonno, e così l’abbiamo sfruttata per una sera…”

E infatti la osservo avvicinarsi goffa e agile al primo giovane malcapitato, rivolgergli subitaneamente una smorfia, pronunciare una giaculatoria incomprensibile e lentamente accasciarsi su se stessa. Il ragazzo si alza, la risolleva e gentilmente - con un lieve senso di colpa - le cede il suo posto. Lo spettacolo è riuscito anche oggi.

 “….si, tutti di nero…gli specchi e le candele…”

Mentre lo ascolto raccontare noto che si è già seduta anche la maestra, e che dopo essersi guardata intorno con fare selettivo, ha trovato il suo interlocutore giornaliero.

“…no, veramente, non ne sapeva nulla…era questo il bello…”

L’amica della maestra, la zitella, non ha trovato da sedere. Così le tocca osservare da lontano la fedele compagna di pettegolezzi.

“…io ero vestito da fantasma…”

Fanny alza per un attimo lo sguardo dal libro aspettando di sentire come continua.

Silvia sta cominciando a guardarsi in giro, studiando la faccia più adatta.

L’andatura è pacata, e tutto scorre ai lati, caotico.

Scorrono i vestiti appesi, le insegne ancora luminose, i cartelli dimenticati.

Passano fugacemente i poliziotti, il fornaio, le commesse.

“…lui stava per arrivare, tutto era pronto… solo che fuori c’era il diluvio…”

 

Camminano veloci tutti loro, tutti quelli che si sono concessi di nuovo alla vita, quelli che devono uscire, tornare, partire, comprare e vendere.

La studentessa continua a sottolineare quella pagina, cosciente che anche stamattina lei ed economia aziendale non si incontreranno.

Il tipo obeso e sudaticcio è salito da appena 5 minuti e già attorno a lui si è creato il vuoto. La maestra ha storto il naso.

“…appena ha cominciato a girare per il corridoio buio, abbiamo finto dei passi…e delle voci…”

La zitella sta allungando lo sguardo sulla pagina di Fanny, e si è scoperta inaspettatamente interessata.

Da dietro i palazzi, appena girata la curva, il sole mi compare sulla faccia, baciando il vetro del finestrino e riempiendomi di luce. Questo è il suo buongiorno, e mi fa sentire vivo.

Silvia ha trovato la persona a cui chiedere indicazioni, e ha cominciato a raccontargli di quanto è difficile per lei, ragazza di un paesino sperduto, orientarsi dentro una metropoli.

“…e lo abbiamo guidato verso la finta tomba che avevamo preparato…”

Osservo i cartelli gialli, di tanto in tanto, che tracciano il mio tragitto prefissato.

C’è un delicato equilibrio all’interno di questo caos, all’interno di questo carro merci parzialmente legale.

“…lui ha sgranato gli occhi…poi quando ha sentito la voce…non ti dico…”

La Filippina, con sorpresa di tutti noi, ha tirato fuori un’altra fetta di pane, salame e melanzane, e con faccia gaudente l’addenta come fosse lo scopo della sua giornata.

Il sudaticcio obeso ha attivato i radar verso di lei, e quel panino sembra diventata l’unica ragione di esistenza.

La maestra è inorridita.

Silvia guarda smarrita contorni che non sono suoi.

Il banchiere tira un sospiro accorgendosi di essere quasi a destinazione, la luce che filtra tra i corpi ammassati vibra sulla sua lisa giacchetta gialla e le infonde corporeità e luminescenza.

Il banchiere, alto, allampanato, con i capelli candidamente bianchi e due enormi baffoni, risulta degno di rispetto anche nei movimenti più goffi, nel suo districarsi tra la folla in cerca della più vicina uscita.

Fanny si appiattisce in modo da farlo passare, ma senza togliere gli occhi dai suoi mille splendidi soli. La zitella segue le mani in maniera affannosa cercando di non perdere neanche un rigo prima che l’altra volti pagina. Eppure, alza lo sguardo verso il banchiere.

“ …si….è scappato in mezzo al fango…pioveva, ed era tutto così buio…e lui urlava…”

La studentessa ora si guarda intorno aggiustandosi gli occhiali, l’evidenziatore rotola ad ogni scossone in su e in giù sopra il foglio fosforescente.

E tutti nei nostri piccoli mondi ci affanniamo nella nostra affollata solitudine, nella restituzione delle ore a questo mastodontico orologio. Carte dello stesso mazzo che si contendono la mano vincente, e che si mescolano a non finire.

Siamo qui a condividerci senza sfiorarci, osservandoci, conoscendoci.

 

Tra poco toccherà a me scendere, e cominciare la giornata.

Tra poco sarò io a concedermi di nuovo, e a vedere chi vince.

Ringrazio tacitamente la mia compagnia di viaggio, quelli con cui sono arrivato fin qui.

Grazie a te che mi hai raccontato l’ennesimo, macabro, scherzo fatto. A te che mi guardi dall’alto in basso, a te che ti ostini a sottolineare senza capire. Grazie a te che falsamente muovi a compassione.

A te che te ne freghi, e fai la cosa meno convenzionale.

Grazie a voi che non conosco. A voi scenografia delle mie pagine.

Grazie a te che non alzi mai la testa, e a te che non sai dove andare.

A te che non sai dove andare.

 

 

 

October 27

Le ombre del ripostiglio

 

Di là c’è la camera di sua sorella filtrata dalle fessure del tramezzo, fessure da farsi venire gli occhi strabici e girarli per vedere tutt’intorno. La spiegazione di tutte le cose del mondo è lì dietro quel tramezzo; Pin ci ha passato ore e ore fin da bambino e ci ha fatto gli occhi come punte da spilli; tutto quel che succede là dentro lui lo sa, pure ancora la spiegazione del perché gli sfugge e Pin finisce per aggomitolarsi ogni notte nella sua cuccetta abbracciandosi il petto. Allora le ombre del ripostiglio si trasformano in sogni strani, di corpi che s’inseguono, si picchiano e s’abbracciano nudi, finchè viene un qualcosa di grande e caldo e sconosciuto, che sovrasta su di lui, Pin, e lo accarezza e lo tiene caldo a sé, e questo è la spiegazione di tutto, un richiamo lontanissimo di felicità dimenticata.

                                                     

 

                                        (Da "Il sentiero dei nidi di ragno" , Italo Calvino)

 

 

October 03

Incoerente, splendido e crudele

 

Davanti a miliardi di puntini luminosi che definiscono la mia immagine del desktop, cerco di trovare la stabilità di questo universo virtuale.

Trasmettere i sentimenti sui tasti è sempre una sensazione particolare, e chi lo sa quello che alla fine esce fuori. E se tu dall’altra parte dello schermo credi di non capire, sappi che non sei l’unico.

Non sempre c’è qualcosa da dire.

A intermittenze regolari il cursore vuole incitarmi a scrivere. E io lo farò.

E lo farò solo perché è un modo per farsi male e allo stesso tempo riposarsi, per permettersi una pausa dalle parole in eccesso.

Dalle parole di chi cerca a tutti i costi di cambiarti, di chi non crede in quello che fai.

Da chi pensa che lo fai male, e da chi pensa che non lo fai affatto.

Da chi cerca a tutti i costi un senso, e da chi il senso non lo vuole vedere.

A te che non hai voglia di vivere.

A te che mi riempi delle le tue insoddisfazioni.

A te che mi getti le colpe addosso per sentirti migliore.

Io non lo so dove sto andando, dove mi porta quello che faccio. Ma so che ci credo, e che voglio vivere. Che voglio vivere per tutti quelli che non lo fanno. Per tutti quelli che sono già morti da tempo.

Non ho nulla di perfetto, e non ho mai desiderato averlo. È nell’imperfezione che ho sempre trovato il mio cielo.

Non voglio far quadrare i conti.

E sono troppi quelli che cercano la tessera mancante del puzzle, e io mi sono stufato.

C’è qualcuno sempre alla ricerca di cataloghi, istruzioni, ricette.

 

Gioco col mio cane che non ricordava neanche più come si faceva.

Qua non lo fa più nessuno da un bel po’.

Mi tornano in mente immagini.

Una puttana, all’angolo della strada legge la Bibbia.

Come è tutto incoerente, splendido e crudele.

 

E macino follia che chissà a cosa porta,

e mi lascio andare senza preoccuparmi di ciò che vogliono, di ciò che chiedono, pretendono.

Provo a non ascoltare chi cerca di trascinarmi nel suo baratro, e continuo a considerarmi un sopravvissuto.

Il nulla qui non è ancora di casa, e il mostro sembra dormire, anche se inquieto.

Farò di tutto affinché non si svegli mai.

…e poi arriva lei. L’unica donna di cui mi fido veramente. Mi parla di cose stupide, di punti del supermercato, di piumoni e calzini. Ma negli occhi, in quegli occhi gonfi, vedo che c’è il fuoco. Che c’è vita.

E capisco da chi ho preso, perché sono così, e perché non mollerò.

E mi rendo conto di quanti quel fuoco non lo vedranno mai, di quanti si accontenteranno di un tepore - pur avendo legna e camino - e crederanno che quello vuol dire vivere. Che l’insoddisfazione è solita compagna di viaggio.

Quanti continueranno a cercare il fuoco in mezzo al ghiaccio, e quanti non lo faranno per paura di non trovarlo.

Chiedimi di aiutarti, ma non di compatirti.

E se tu dall’altra parte dello schermo credi di non capire, sappi che non sei l’unico.

 

Non sempre c’è qualcosa da dire.

 

 

 

September 08

Segretaria all'ombra del Duomo

  Carla Dondi fu Ambrogio di anni
  diciassette primo impiego stenodattilo
  all’ombra del Duomo

Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED
qui tutto il mondo…
                               è certo che sarà orgogliosa.

Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il signor Praték è molto
esigente - amore al lavoro è amore all’ambiente- così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.

UFFICIO A UFFICIO B UFFICIO C

   Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
               adesso che lavori ne hai diritto
                                                               molto di più.

   S’è lavata nel bagno e poi nel letto
   s’è accarezzata tutta quella sera.

Non le mancava niente, c’era tutta
come la sera prima - pure con le mani e la bocca
si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
di piangere di compatirsi
                                       ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?

   Tira il collo all’indietro ed ecco tutto.

  

                                       II

 

   All’Ombra del Duomo, di un fianco del Duomo

   i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche

   mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo

   fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,

   Santa Radegonda, Odeon bar cinema e Teatro

   un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente

   cento targhe d’ottone come quella

   TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY

   Le nove di mattina al 3 febbraio.

 

La civiltà si è trasferita al nord

come è nata nel sud, per via del clima,

quante energie distilla alla mattina

il tempo di febbraio, qui in città?

 

   Carla spiuma i mobili

   Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters

   una signora bianca ha cominciato i calcoli

   sulla calcolatrice svedese.

 

Sono momenti belli: c’è silenzio

e il ritmo di un polmone, se guardi dai cristalli

quella gente che marcia al suo lavoro

diritta interessata necessaria

che ha tanto fiato caldo nella bocca

quando dice buongiorno

                                       è questa che decide

   e son dei loro

             non c’è altro da dire.

 

   E questo cielo contemporaneo

   in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto

   questo cielo colore lamiera

 

sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovina

sopra tutti i tranvieri ai capolinea

 

   non prolunga all’infinito

   i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli

   coperti di lamiera?

 

   È nostro questo cielo d’acciaio che non finge

   Eden e non concede smarrimenti,

   è nostro ed è morale il cielo

   che non promette scampo alla terra,

   proprio perché sulla terra non c’è

   scampo da noi nella vita.

 

 

 

                           

                                                Da “La ragazza  Carla”, Elio Pagliarani.  

 

 

August 14

Atonale

 

Guardarsi indietro e non essere sicuri di nulla, ma non per questo essere pentiti.

Ci sono tante cose che girano nella testa quando quello che ti rimane è una manciata di ricordi atonali. Atonali perché forse una vera stabilità non l’hai mai trovata.

Non che sia sbagliato.

E mi guardo intorno tra tutte le tue cose. O le nostre cose. Da un certo punto in poi non ho mai più sentito la distinzione. Ho tolto quello che era possibile togliere, ma alcune non se ne vanno.

Ti ho amata in ogni respiro. Spero che tu lo sappia.

 E mi chiedo se l’ultima spiaggia del nostro amore è questa cornice vuota dove prima c’eravamo io e te in pigiama sotto la neve.

Non ho sostituito la foto, e forse non mi interessa farlo.

Non sono arrabbiato, non sono disperato, non sono nulla. Forse un po’ deluso, un po’ perplesso, quello si. Ma comunque nulla, amorfo, atonale.

Sappiamo entrambi che ciò che hai detto serviva a te, serviva a proteggerti. Non a darmi delle spiegazioni.

E non avevo mai pensato che sarebbe successo così, forse in fondo non avevo mai pensato che sarebbe successo veramente.

Ti eri radicata nella mia vita al punto da non distinguere più dove ero io e dove eri tu.

 E dico radicata, non annullata. Perché sai benissimo che di questo non è colpa mia, ma è sicuramente più facile crederlo.

 L’amore non è un bilancio di difetti, non è un discorso di convenienze. Non ho mai pesato i tuoi difetti razionalmente, non mi è mai interessato. E mi dispiace che tu l’abbia fatto. Non ho mai calcolato se quello che avevo mi portava più gioia o più dolore. Quello che contava era che tu ci fossi.

Che tu ci fossi in qualunque cosa.

L’amore è una pioggia sottile della quale bisogna accorgersi. Nel momento in cui lo sai, puoi cominciare a cogliere i cambi di intensità.

Non è l’alternarsi di sole e diluvio.

È passato poco tempo e già alcune cose non sono più nitide. Non voglio. Continuando così non so in quanto tempo mi sarò disintossicato.

E chissà tra quanto avrò di nuovo la forza e la voglia di ricominciare a cercare. So che non è tutto qui.

- Bizio non ti preoccupare, continuerò a credere nell’amore.-

Ma per scrivere devo prima cancellare.

E sarà difficile non pensare a quell’alone di magia cominciato da quel capodanno, in cui mi accorsi che eri bellissima, e finito nel pomeriggio in cui ti ho sentita piangere da lontano, da dietro la porta. Avevo voglia di rientrare e ricominciare tutto da capo.

Avrei voluto aiutarti a superare tutto ciò che avresti incontrato nella tua vita. Avrei voluto esserci. E avevo bisogno di te. Ma non posso far parte di te se tu mi rigetti.

Cercherò di pensare che è stato tutto un dono gratuito, incondizionato, incostante, del destino. Ed è così che devo accettarlo.

E ora tutto quello che posso fare è solo riempire le mie giornate di impegni inutili, di risate amare e aspettare che tu smetta di bruciare nel mio DNA. E ti metta in un angolo.

E forse nel momento in cui mi sentirò più perso, troverò la mia Serendipity.

E sarò capace di amarti ancora, ma come un ricordo.

 

 

July 11

Una zattera chiamata Ondanomala

 

Mentre tento di studiare, arriva lui, il sonno.
E stavolta è benaccetto, perché so che stavolta, è uno dei tanti souvenir.
Dietro di me, in un angolo sull’attaccapanni,  c’è una maglietta azzurra.
Disegnato sopra c’è un nome che fino a qualche tempo fa mi sembrava quasi insensato.
Ondanomala.
E invece un mare di ricordi, un mare di onde. E una che in questo momento è più alta di tutte.
E il cuore batte li sotto, sotto quell’onda.
Dentro l’acqua riesco a vedere non più nomi, parole su come dovrebbe essere e invece non è.
Ora vedo semplicemente ciò che c’è. Vedo persone, che conosco ad una ad una.
Non solo una dimensione parallela fatta di file, mail, attività che forse non funzionano.
Adesso ho negli occhi una realtà vera, fatta di Rotolino, di Mensy, di “Mi sono fatto una canna!”, di Dark Guido, Light Guido e The Dark Side Of The Drive, di Mangroviette e Baobab.
E ci sono fuochi, camminate, tralallallero, prese in giro, discorsi, ramarri tra i sassi, tavole di legno e materassi troppo belli, incomprensioni, bacietti del buongiorno.
Ci siamo noi, col freddo – de notte -.
La stanchezza, la beata stanchezza.
La stanchezza di quando hai fatto tutto quello che ti era concesso di fare.
La stanchezza di quando ci sei riuscito.
È stato bello scoprire, ricredersi, smontarsi.
Sono andato oltre i pregiudizi e ho scoperto persone eccezionali.
Cercare di comprendersi, anche quando sembra impossibile, quando sei esausto.
Spesso durante l’anno, ho pensato che non ce l’avremmo mai fatta. Che si sarebbe risolto tutto in un buffo, triste e silenzioso naufragio.
Ma sono sempre stato qui, e senza voce, urlo ancora più forte che non so il colore, né il sapore della storia che mi dai, ma so che sarà importante. Sarò una striscia di cielo, un filo di sorriso, un ciottolo di strada.
L’essenziale è che sarai vita della mia vita, Tu.
Adesso la zattera ce l’abbiamo.
Attendo di salpare.
 

 

June 23

E.P.C.

 

Dopo mattinate di studio, notti goliardiche, pomeriggi di esami e stanchezze che vorrei poter limare con sano e meritato sonno spaparanzato, vengo spedito su commissione nell’unico posto dove non vorrei essere in un’afosa mattinata di giugno.
È mezzogiorno, il demone meridiano è tra noi, il sole, in vetta nel suo cielo, dominante, è nella precisa condizione che rende impossibile, impossibile sulla terra, trovare ombra.
Ma l’eccezione si fa conferma, e nel posto dove sto per andare, in compagnia di Fester, le dimensioni sfidano le leggi naturali e creano, appunto, ombra.
La Padrona, ha deciso che vuole un mobile di legno con sportelli in vetro, nel quale poter sfoggiare in salotto le sue milleduecentotrentasette bambole di porcellana.
E lo ha visto all’E.P.C.
Parcheggiamo con fatica la macchina nel sotterraneo e ci dirigiamo verso l’Enorme Parco giochi per Casalinghe.
All’ingresso, prima delle porte a vetri, ci sono tutte le foto dei dirigenti e dei responsabili, che tentano di dare al cliente la vivifica idea che l’E.P.C sia diretto da gente in carne e ossa, che non ti trovi in un negozio marziano, che chi pensa che la globalizzazione ha privato il cliente del rapporto umano col commerciante è un fallito antiprogressista.
All’interno dell’E.P.C tutto assume una perfezione irritante.
Il paesaggio che vi si trova è chiaramente industriale e asettico, ma le tinte blu e gialle sembrano voler dare al tutto un aspetto infantilizzante e ammorbidente.
Le silenziose scale mobili ci trasportano al piano superione dove non c’è musica, ma un lento e isocrono rumore che a lungo andare provoca sicuramente assuefazione.
Cerchiamo invano di orientarci ma per orientarsi serve un centro, cosa che l’E.P.C non ha. Traspare una metropolitana concezione dello spazio nel quale l’unico modo per trovare la strada, è perdersi.
Seguendo la febbrile ansia agitata di Fester mi rendo conto che lui questa regola l’ha capita molto in fretta, tanto è vero che stiamo girando senza meta tra armadi, porta cd, e librerie da almeno mezz’ora.
Il mobile, lo ha visto lei. Come facciamo a trovarlo, noi.
Fester che soffre evidentemente di dissociazioni, ad ogni angolo punta un mobile esclamando soddisfatto “è questo”, non importa che sia un lampadario, un televisore, o un futuristico porta dvd in acciaio.
Forse troviamo qualcosa che potrebbe somigliare a ciò che La Padrona ha chiesto, ma ripeto, potrebbe.
Proprio mentre siamo assorti nella contemplazione di un mobile totalmente in vetro con dei ripiani, incorniciato da abete e all’interno un neon di quelli che fanno rincoglionire i pesci nei lussuosi acquari, sento, dietro di me, una grossa voce che ci chiede “Siete di qui? Posso chiedere a voi?”.
Vorrei imprecare, poiché devi essere stupido per non renderti conto che un sessantacinquenne pelato con un orribile maglietta rossa sfolgorante, e un ragazzo con dei pantaloni improponibili, non possono lavorare qui, dove tutti i dipendenti, hanno l’abbigliamento Simil-Playmobil gialloblù, non possono.
Con questi pensieri mi giro,  trovo dietro di me Bud Spencer.
Cosa ci faccia nell’Enorme Parco giochi per Casalinghe, Bud Spencer, ho rinunciato a chiedermelo.
La cosa che mi sciocca è un’altra.
Il mio eroe, l’omone che mi ha fatto ridere a crepapelle davanti alla tv nei migliori anni della mia infanzia, la persona che quando aveva qualcosa in contrario prendeva a botte 38 persone alla volta.
È qui.
Ma con i capelli bianchi, il bastone, due occhiaie rosse e viola. È alto come me, forse di meno.
E non è solo. Vicino c’è quello che faceva il cattivo in tutti i film, che non diceva mai niente, ma prendeva solo cazzotti. Ogni tanto si rialzava, qualcuno si accorgeva di lui e ricominciavano i cazzotti.
Fester consiglia Bud e gli stringe la mano, cosa che faccio anch’io.
L’altro ci guarda impaurito. Forse pensa che lo vogliamo menare.
Bud lo guarda, gli fa un cenno minaccioso e indica la cassa-informazioni. Lui lo segue.
Continuiamo il nostro tragitto tra cuscini e vasi colorati e altri oggetti della fredda praticità svedese, sicuri di prendere quella vetrinetta, tentando di non pensare al fatto che non è un mobile di legno con sportelli di vetro.
Ci siamo persi di nuovo.
Cerchiamo il magazzino, seguendo frecce che conducono sempre a sinistra, tracciando un percorso perfettamente circolare.
A lato sulla destra c’è il ristorante, nel quale ricordo di essere stato tempo prima, e mi salgono alla mente una pasta al pesto in fibra sintetica con sughetto in vetroresina e delle ottime polpette di polistirolo non biodegradabili.
Giungiamo finalmente in un luogo cattedralico e mastodontico. Tutto è precisamente ordinato secondo numeri, scaffali, codici.
Sul soffitto ci sono degli enormi tubi, che sembrano essere una sorta di souvenir extraterrestre.
È tutto così grande.
Mi fanno credere di avere il dominio, grazie al self-service. Ma so che non è così. Sono piccolo, con le spalle al muro. Ci sono oggetti che sembrano animati. C’è una poltrona nera, lucida, con le rotelle sotto. È appesa quasi al soffitto, pendola da uno scaffale come se volasse. E mi penetra negli occhi.
Probabilmente è il suo mondo, certo non il mio.
Ho come l’impressione che da un momento all’altro qualcosa si potrebbe svegliare. L’anima pulsante dell’E.P.C. che risiede qui dentro.
Le luci al neon, fisse, rendono questo magazzino ancora più industriale. E sembra che il tempo non si muova.
Credo di essermi assuefatto al rumore isocrono. Cacchio lo sapevo.
Prendiamo la nostra vetrinetta allo scaffale 14 posto 0, la carichiamo su un carrello gigante.
Torniamo nella parte acquisti in cerca della cassa.
Mi guardo intorno, e vedo una scena inaspettata: un banchetto che vende fiori finti. Ci sono delle commesse che li intrecciano e si fanno delle ghirlande colorate. Se le cingono intorno alla testa.
È il segno che l’umanità è recidiva e in mezzo ai giganti tenta di trovare uno spazio per sopravvivere.
Questo spazio è un immotivata ghirlanda di fiori. Qualcosa che non ha fini commerciali, qualcosa che non è stato programmato, qualcosa che non serve.
In questo momento, mi accorgo che in questo angolo di E.P.C, è arrivata la musica.
E io la conosco.
E mi ricorda l’adolescenza, mi ricorda l’amore.
Ora sento il pungente bisogno di rivedere la mia donna. La vorrei qui, ora.
E invece c’è Fester con una vetrinetta, non con un mobile di legno con sportelli di vetro.
 
 
 
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