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11月13日 Scenografia delle mie pagine
Fanny sbadigliando volta lentamente l’ennesima pagina del suo “Mille splendidi soli”, e leggendo le prime righe accenna un’espressione compiaciuta. Il banchiere con il suo affezionato e liso giubbotto giallo è già salito e si guarda attorno alla ricerca di un posto nel quale consumare in santa pace il suo quotidiano; la Filippina ha già sfoderato la sua colazione salata, e Silvia nel suo orario più insolito, ruota le pupille come se tutto fosse stato appena concepito. “Non sai quello che gli abbiamo fatto…” Puntuale come da copione la vecchia spunterà all’improvviso. “…la villetta in campagna era di mio nonno, e così l’abbiamo sfruttata per una sera…” E infatti la osservo avvicinarsi goffa e agile al primo giovane malcapitato, rivolgergli subitaneamente una smorfia, pronunciare una giaculatoria incomprensibile e lentamente accasciarsi su se stessa. Il ragazzo si alza, la risolleva e gentilmente - con un lieve senso di colpa - le cede il suo posto. Lo spettacolo è riuscito anche oggi. “….si, tutti di nero…gli specchi e le candele…” Mentre lo ascolto raccontare noto che si è già seduta anche la maestra, e che dopo essersi guardata intorno con fare selettivo, ha trovato il suo interlocutore giornaliero. “…no, veramente, non ne sapeva nulla…era questo il bello…” L’amica della maestra, la zitella, non ha trovato da sedere. Così le tocca osservare da lontano la fedele compagna di pettegolezzi. “…io ero vestito da fantasma…” Fanny alza per un attimo lo sguardo dal libro aspettando di sentire come continua. Silvia sta cominciando a guardarsi in giro, studiando la faccia più adatta. L’andatura è pacata, e tutto scorre ai lati, caotico. Scorrono i vestiti appesi, le insegne ancora luminose, i cartelli dimenticati. Passano fugacemente i poliziotti, il fornaio, le commesse. “…lui stava per arrivare, tutto era pronto… solo che fuori c’era il diluvio…”
Camminano veloci tutti loro, tutti quelli che si sono concessi di nuovo alla vita, quelli che devono uscire, tornare, partire, comprare e vendere. La studentessa continua a sottolineare quella pagina, cosciente che anche stamattina lei ed economia aziendale non si incontreranno. Il tipo obeso e sudaticcio è salito da appena 5 minuti e già attorno a lui si è creato il vuoto. La maestra ha storto il naso. “…appena ha cominciato a girare per il corridoio buio, abbiamo finto dei passi…e delle voci…” La zitella sta allungando lo sguardo sulla pagina di Fanny, e si è scoperta inaspettatamente interessata. Da dietro i palazzi, appena girata la curva, il sole mi compare sulla faccia, baciando il vetro del finestrino e riempiendomi di luce. Questo è il suo buongiorno, e mi fa sentire vivo. Silvia ha trovato la persona a cui chiedere indicazioni, e ha cominciato a raccontargli di quanto è difficile per lei, ragazza di un paesino sperduto, orientarsi dentro una metropoli. “…e lo abbiamo guidato verso la finta tomba che avevamo preparato…” Osservo i cartelli gialli, di tanto in tanto, che tracciano il mio tragitto prefissato. C’è un delicato equilibrio all’interno di questo caos, all’interno di questo carro merci parzialmente legale. “…lui ha sgranato gli occhi…poi quando ha sentito la voce…non ti dico…” La Filippina, con sorpresa di tutti noi, ha tirato fuori un’altra fetta di pane, salame e melanzane, e con faccia gaudente l’addenta come fosse lo scopo della sua giornata. Il sudaticcio obeso ha attivato i radar verso di lei, e quel panino sembra diventata l’unica ragione di esistenza. La maestra è inorridita. Silvia guarda smarrita contorni che non sono suoi. Il banchiere tira un sospiro accorgendosi di essere quasi a destinazione, la luce che filtra tra i corpi ammassati vibra sulla sua lisa giacchetta gialla e le infonde corporeità e luminescenza. Il banchiere, alto, allampanato, con i capelli candidamente bianchi e due enormi baffoni, risulta degno di rispetto anche nei movimenti più goffi, nel suo districarsi tra la folla in cerca della più vicina uscita. Fanny si appiattisce in modo da farlo passare, ma senza togliere gli occhi dai suoi mille splendidi soli. La zitella segue le mani in maniera affannosa cercando di non perdere neanche un rigo prima che l’altra volti pagina. Eppure, alza lo sguardo verso il banchiere. “ …si….è scappato in mezzo al fango…pioveva, ed era tutto così buio…e lui urlava…” La studentessa ora si guarda intorno aggiustandosi gli occhiali, l’evidenziatore rotola ad ogni scossone in su e in giù sopra il foglio fosforescente. E tutti nei nostri piccoli mondi ci affanniamo nella nostra affollata solitudine, nella restituzione delle ore a questo mastodontico orologio. Carte dello stesso mazzo che si contendono la mano vincente, e che si mescolano a non finire. Siamo qui a condividerci senza sfiorarci, osservandoci, conoscendoci.
Tra poco toccherà a me scendere, e cominciare la giornata. Tra poco sarò io a concedermi di nuovo, e a vedere chi vince. Ringrazio tacitamente la mia compagnia di viaggio, quelli con cui sono arrivato fin qui. Grazie a te che mi hai raccontato l’ennesimo, macabro, scherzo fatto. A te che mi guardi dall’alto in basso, a te che ti ostini a sottolineare senza capire. Grazie a te che falsamente muovi a compassione. A te che te ne freghi, e fai la cosa meno convenzionale. Grazie a voi che non conosco. A voi scenografia delle mie pagine. Grazie a te che non alzi mai la testa, e a te che non sai dove andare. A te che non sai dove andare.
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