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日志


6月23日

E.P.C.

 

Dopo mattinate di studio, notti goliardiche, pomeriggi di esami e stanchezze che vorrei poter limare con sano e meritato sonno spaparanzato, vengo spedito su commissione nell’unico posto dove non vorrei essere in un’afosa mattinata di giugno.
È mezzogiorno, il demone meridiano è tra noi, il sole, in vetta nel suo cielo, dominante, è nella precisa condizione che rende impossibile, impossibile sulla terra, trovare ombra.
Ma l’eccezione si fa conferma, e nel posto dove sto per andare, in compagnia di Fester, le dimensioni sfidano le leggi naturali e creano, appunto, ombra.
La Padrona, ha deciso che vuole un mobile di legno con sportelli in vetro, nel quale poter sfoggiare in salotto le sue milleduecentotrentasette bambole di porcellana.
E lo ha visto all’E.P.C.
Parcheggiamo con fatica la macchina nel sotterraneo e ci dirigiamo verso l’Enorme Parco giochi per Casalinghe.
All’ingresso, prima delle porte a vetri, ci sono tutte le foto dei dirigenti e dei responsabili, che tentano di dare al cliente la vivifica idea che l’E.P.C sia diretto da gente in carne e ossa, che non ti trovi in un negozio marziano, che chi pensa che la globalizzazione ha privato il cliente del rapporto umano col commerciante è un fallito antiprogressista.
All’interno dell’E.P.C tutto assume una perfezione irritante.
Il paesaggio che vi si trova è chiaramente industriale e asettico, ma le tinte blu e gialle sembrano voler dare al tutto un aspetto infantilizzante e ammorbidente.
Le silenziose scale mobili ci trasportano al piano superione dove non c’è musica, ma un lento e isocrono rumore che a lungo andare provoca sicuramente assuefazione.
Cerchiamo invano di orientarci ma per orientarsi serve un centro, cosa che l’E.P.C non ha. Traspare una metropolitana concezione dello spazio nel quale l’unico modo per trovare la strada, è perdersi.
Seguendo la febbrile ansia agitata di Fester mi rendo conto che lui questa regola l’ha capita molto in fretta, tanto è vero che stiamo girando senza meta tra armadi, porta cd, e librerie da almeno mezz’ora.
Il mobile, lo ha visto lei. Come facciamo a trovarlo, noi.
Fester che soffre evidentemente di dissociazioni, ad ogni angolo punta un mobile esclamando soddisfatto “è questo”, non importa che sia un lampadario, un televisore, o un futuristico porta dvd in acciaio.
Forse troviamo qualcosa che potrebbe somigliare a ciò che La Padrona ha chiesto, ma ripeto, potrebbe.
Proprio mentre siamo assorti nella contemplazione di un mobile totalmente in vetro con dei ripiani, incorniciato da abete e all’interno un neon di quelli che fanno rincoglionire i pesci nei lussuosi acquari, sento, dietro di me, una grossa voce che ci chiede “Siete di qui? Posso chiedere a voi?”.
Vorrei imprecare, poiché devi essere stupido per non renderti conto che un sessantacinquenne pelato con un orribile maglietta rossa sfolgorante, e un ragazzo con dei pantaloni improponibili, non possono lavorare qui, dove tutti i dipendenti, hanno l’abbigliamento Simil-Playmobil gialloblù, non possono.
Con questi pensieri mi giro,  trovo dietro di me Bud Spencer.
Cosa ci faccia nell’Enorme Parco giochi per Casalinghe, Bud Spencer, ho rinunciato a chiedermelo.
La cosa che mi sciocca è un’altra.
Il mio eroe, l’omone che mi ha fatto ridere a crepapelle davanti alla tv nei migliori anni della mia infanzia, la persona che quando aveva qualcosa in contrario prendeva a botte 38 persone alla volta.
È qui.
Ma con i capelli bianchi, il bastone, due occhiaie rosse e viola. È alto come me, forse di meno.
E non è solo. Vicino c’è quello che faceva il cattivo in tutti i film, che non diceva mai niente, ma prendeva solo cazzotti. Ogni tanto si rialzava, qualcuno si accorgeva di lui e ricominciavano i cazzotti.
Fester consiglia Bud e gli stringe la mano, cosa che faccio anch’io.
L’altro ci guarda impaurito. Forse pensa che lo vogliamo menare.
Bud lo guarda, gli fa un cenno minaccioso e indica la cassa-informazioni. Lui lo segue.
Continuiamo il nostro tragitto tra cuscini e vasi colorati e altri oggetti della fredda praticità svedese, sicuri di prendere quella vetrinetta, tentando di non pensare al fatto che non è un mobile di legno con sportelli di vetro.
Ci siamo persi di nuovo.
Cerchiamo il magazzino, seguendo frecce che conducono sempre a sinistra, tracciando un percorso perfettamente circolare.
A lato sulla destra c’è il ristorante, nel quale ricordo di essere stato tempo prima, e mi salgono alla mente una pasta al pesto in fibra sintetica con sughetto in vetroresina e delle ottime polpette di polistirolo non biodegradabili.
Giungiamo finalmente in un luogo cattedralico e mastodontico. Tutto è precisamente ordinato secondo numeri, scaffali, codici.
Sul soffitto ci sono degli enormi tubi, che sembrano essere una sorta di souvenir extraterrestre.
È tutto così grande.
Mi fanno credere di avere il dominio, grazie al self-service. Ma so che non è così. Sono piccolo, con le spalle al muro. Ci sono oggetti che sembrano animati. C’è una poltrona nera, lucida, con le rotelle sotto. È appesa quasi al soffitto, pendola da uno scaffale come se volasse. E mi penetra negli occhi.
Probabilmente è il suo mondo, certo non il mio.
Ho come l’impressione che da un momento all’altro qualcosa si potrebbe svegliare. L’anima pulsante dell’E.P.C. che risiede qui dentro.
Le luci al neon, fisse, rendono questo magazzino ancora più industriale. E sembra che il tempo non si muova.
Credo di essermi assuefatto al rumore isocrono. Cacchio lo sapevo.
Prendiamo la nostra vetrinetta allo scaffale 14 posto 0, la carichiamo su un carrello gigante.
Torniamo nella parte acquisti in cerca della cassa.
Mi guardo intorno, e vedo una scena inaspettata: un banchetto che vende fiori finti. Ci sono delle commesse che li intrecciano e si fanno delle ghirlande colorate. Se le cingono intorno alla testa.
È il segno che l’umanità è recidiva e in mezzo ai giganti tenta di trovare uno spazio per sopravvivere.
Questo spazio è un immotivata ghirlanda di fiori. Qualcosa che non ha fini commerciali, qualcosa che non è stato programmato, qualcosa che non serve.
In questo momento, mi accorgo che in questo angolo di E.P.C, è arrivata la musica.
E io la conosco.
E mi ricorda l’adolescenza, mi ricorda l’amore.
Ora sento il pungente bisogno di rivedere la mia donna. La vorrei qui, ora.
E invece c’è Fester con una vetrinetta, non con un mobile di legno con sportelli di vetro.
 
 
6月13日

Una vela all'orizzonte

 

Rimanemmo a Starje Doroghi, in quella Casa Rossa piena di misteri e di trabocchetti come un castello di fate per due lunghi mesi: dal 15 Luglio al 15 Settembre del 1945.
            Furono mesi d’ozio e di relativo benessere e perciò pieni di nostalgia penetrante. La nostalgia è una sofferenza fragile e gentile, essenzialmente diversa, più intima, più umana delle altre pene che avevamo sostenuto fino a quel tempo: percosse, freddo, fame, terrore, destituzione, malattia. È un dolore limpido, ma urgente: pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri, e spinge alle evasioni.
            Forse per questo, la foresta intorno al campo esercitava su di noi un’attrazione profonda. Forse perché offriva, a ognuno che lo ricercasse, il dono inestimabile della solitudine: e da quanto tempo ne eravamo privi! Forse perché ci ricordava altri boschi, altre solitudini della nostra esistenza precedente; o forse invece, al contrario, perché era solenne e austera e intatta come nessun altro scenario a noi noto.
 
 
Era notte, pioveva, e nel << Salone pendente >> gremito (che altro si poteva fare alla sera prima di infilarsi nelle coperte umide?) si stava replicando << Il Naufragio degli Abulici >> forse per la nona o decima volta. Questo << Naufragio >> era un polpettone informe ed estroso, vivo per le argute e bonarie allusioni alla nostra vita di tutti i giorni; vi avevamo assistito tutti, per tutte le sue repliche, e ormai lo conoscevamo abbondantemente a memoria, e ad ogni replica, sempre meno ci faceva ridere la scena in cui un Cantarella ancora più selvatico dell’originale costruiva una enorme pentola di latta su commissione dei russi-antropofagi, che intendevano cuocervi i principali notabili abulici; e sempre più ci stringeva il cuore la scena finale, in cui arrivava la nave.
            Poiché c’era, come è evidente che ci dovesse essere, una scena in cui compariva una vela all’orizzonte, e tutti i naufraghi, ridendo e piangendo, accorrevano sulla spiaggia inospitale. Ora, proprio mentre il decano fra loro, canuto e curvo ormai per l’interminabile attesa, tendeva il dito verso il mare e gridava: - una nave! – e mentre tutti noi, con un nodo alla gola, ci preparavamo al lieto fine di maniera dell’ultima scena, e a ritirarci ancora una volta nei nostri covili, si sentì uno schianto subitaneo, e si vide il capocannibale, vero Deus ex machina, piombare verticalmente sul palcoscenico, come se cadesse dal cielo.
Si strappò la sveglia dal collo, l’anello dal naso e il casco di penne dal capo, e gridò con voce di tuono:
-         -- Domani si parte!
Fummo colti di sorpresa, e dapprima non comprendemmo. Forse era uno scherzo? Ma il selvaggio incalzò: - Dico davvero, non è più teatro! Questa è la volta buona! È arrivato il telegramma, domani andiamo tutti a casa! – Quella volta fummo noi italiani, attori, spettatori e comparse, a travolgere in un attimo i russi esterrefatti, che nulla avevano compreso di quella scena non prevista dal copione. Uscimmo all’aperto in disordine, e fu dapprima un incrociarsi affannoso di domande senza risposta: ma poi vedemmo il colonnello, in mezzo a un cerchio di italiani, fare di sì con il capo, e allora si capì che l’ora era venuta.
Accendemmo fuochi nel bosco, e nessuno dormì: passammo il resto della notte cantando e ballando, raccontandoci a vicenda le avventure passate, e ricordando i compagni perduti: poiché non è dato all’uomo di godere gioie incontaminate.
 
                                                                         
                                                                                    Da "La tregua", Primo Levi.