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日志


9月26日

In cerca dell'anello che non tiene...

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

 

                                            Eugenio Montale, I Limoni

9月6日

Quella strana isola chiamata Kerkyra

CAPITOLO 1

 

Molti affermarono di averlo visto, molte giurarono di averlo conosciuto. Per ognuno egli aveva un nome diverso; Jeff, John, Guybrush, Vanda, Michael…

Lo sguardo profondo, i lunghi capelli biondi legati, il corpo longilineo. Con il suo immancabile taccuino e il suo cartone di vino, e quell’aria da capitano navale di un’Inghilterra settecentesca.

Era Master & Commander.

Lontano dall’avere una famiglia, dimentico di un’identità, egli un giorno di 5 anni fa partì dall’Australia, destinazione Mondo.

E arrivò in un’isola, in Grecia.

L’isola di Corfu.

Non aveva nulla con sé, solo il segno dell’esperienza, un cuore aperto e un dubbio:

chi è quella ragazza bionda che tutti chiamano “la milanese”?

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CAPITOLO 2

 

Sono una donna delle pulizie. lavoro al campeggio Dionysus a Dassia, vicino la spiaggia di Dafnila, a Corfu. La mia giornata è sempre la stessa, pulisco tende, bungalow, bagni. Dipendo dalla civiltà delle persone, da chi lascia il bagno pulito o da chi scrive sui muri con la merda.

Qui tutti si divertono, solo io lavoro. Solo io, i padroni del campeggio e un ragazzo che ha un compito insolito: aprire e chiudere il passaggio del campeggio durante la notte. Tutte le notti sta lì in macchina, ad aspettare che qualcuno passi per poi alzare la sbarra.

C’è gente strana in giro…

Il campeggio è pieno di persone provenienti da Napoli, fanno un casino tremendo, sporcano ovunque. Poi ci sono un po’ di coppie, quelle non creano problemi. Ci sono delle ragazze Olandesi, corteggiate da tutti, dei francesi, tutti molto piccoli. Degli Inglesi, sempre ubriachi. C’è un ragazzo solitario, dicono che provenga dalla tribù dei capezzoli piercingati. Lo chiamano Biancaneve.

C’è un gruppo di ragazzi, sono sette, e li chiamano “i 7 nani”. Credono di essere ben visti da tutti, perché quando passano la gente fa un sorriso. In realtà tutti ridono perché sono sicuri che siano 7 Gay. Ogni notte dormono mescolati diversamente, in modo che ognuno possa dormire con tutti. Solo uno di loro non cambia mai posto, forse l’unico normale, e gli altri sembrano addirittura arrabbiati con lui. Litigano sempre, e te lo credo. È difficile gestire un rapporto di coppia, figuriamoci un rapporto tra 7. E ogni volta che vanno via cantano con le loro vocine chiaramente omosessuali una canzone che fa “wouldn’t it be nice…”

E poi c’è un tizio strano, con i capelli lunghi, biondo, parla con tutti, ma nessuno sembra conoscerlo. E ad ogni tramonto è seduto sul suo tavolo, con un cartone di vino e un taccuino.

C’è gente strana qui al Dionysus.

Solo una persona sembra essere normale, anzi divina. È una ragazza bellissima, con degli occhi di ghiaccio.

La chiamano “la milanese”.

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CAPITOLO 3

 

Venimmo tutt da Napule. Qua ar campeggio ce stamo benissimo, famo chill che cazz ce pare. Simmo na cifra e mangnamo a tutte l’ore. Vulimmo sta qui e cagare sui muri? lo facimm.

Vulimmo andare a Ippesoss e menare i Greci che ce stanno pure sul cazzo?lo facimm.

Non ci ferma nisuno.

Stu campeggio si sta benissimo. Ma so tutti ‘mpo usciti in fantasia. Ce sta uno biondo strano, che parla inglese. Chill parla, parla, parla, e chi lo capisce!

Oppure so tutte coppiette, ci stanno pure 7 culattoni che stann sempre a cantà.

A noi non ci ferma nisuno. Una notte verso le 5:30 stavamo tornando da Ippesoss e ci stava un tizio triste che non ci voleva aprire la sbarra per farci entrare nel campeggio con la macchina. E allora chillo de noi che parla le lingue si è finto zoppo e gli ha detto nell’equivalente greco del dialetto pugliese: “ma come! fai entrare tutti e a noi no?”

E chill c’ha fatto trasare.

Non ci ferma nisuno, solo una che è proprio una sorca.

La chiamano “la milanese”.

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CAPITOLO 4

 

Master era deciso. Andò dal sovrano di quell’isola chiamata Kerkyra e gli chiese una nuova identità. Voleva avere una vita. Il sovrano si consigliò col consigliere, chiese aiuto all’aiutante, filosofeggiò col filosofo di corte, cavalcò con i cavalieri e si incontrò anche con lo scopino.

Dopo tanto dubitare la sua risposta fu negativa.

Master non si diede pervinto.

Tempo dopo andò di nuovo dal sovrano di quell’isola chiamata Kerkyra e gli chiese una nuova identità. Il sovrano si consigliò col consigliere, chiese aiuto all’aiutante, filosofeggiò col filosofo di corte, cavalcò con i cavalieri e si incontrò anche con il trombettiere, musicista di corte.

Dopo tanto dubitare la sua risposta fu negativa.

E il signore disse a Master “il cuore del sovrano è irremovibile: si è rifiutato di darti una nuova identità”.

Allora Master si incazzò come un caimano e promise al sovrano di quell’isola chiamata Kerkyra,

 7 piaghe.

 

Prima piaga: i Calabroni e i Grilli giganti.

 

Seconda piaga: tutte le donne nude sulle spiagge saranno o vecchie, o brutte, o saranno uomini.

 

Terza piaga: Le ragazze belle in topless saranno tutte fidanzate.

 

Quarta piaga: le uniche spiagge conosciute saranno solo quelle brutte, con massima concentrazione a Ipsos.

 

Quinta piaga: I Napoletani.

 

Sesta piaga: nessun abitante dell’isola parlerà la lingua del sovrano, il greco, se non una signora che fa strani gesti con le mani con chiare allusioni sessuali.

 

Settima piaga: tutti gli omini delle sbarre moriranno e il loro sangue sarà versato sugli stipiti dei bungalow.

 

Nessuno poteva placare l’ira di Master, se non una ragazza, forse neanche reale, forse un pensiero, un sogno. L’unica cosa buona rimasta in quell’isola, l’unica testimonianza che in quella Sodoma  e Gomorra chiamata Kerkyra o Corfu non era tutto da buttare. La verità è che cade neve anche sullo sterco e il paradiso ha strani modi di farsi intravedere.

La chiamavano “la milanese”.

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CAPITOLO 5

 

Mi chiamo Della Sbarra Omino, detto Omino Della Sbarra. Da che mi ricordo sono sempre stato qui. Dormo di giorno, vivo di notte. Vivo… se così si può dire. In questa macchina si muore di caldo. Sto sempre nello stesso posto, con uno sportello aperto e una gamba di fuori. Passo la vita ad aspettare. Ad aspettare che qualcuno arrivi, di notte, e con uno sguardo mi racconti della sua ubriachezza, della sua felicità, della sua tristezza, passo la vita ad aspettare che qualcuno mi faccia vivere la sua vita.

E dura qualche istante. Il tempo di un saluto, il tempo di premere un pulsante, di aprire una sbarra. E già non ci sei più. So di non servire a nulla, che ciò che faccio lo potrebbe fare chiunque, ma vivo nella speranza che qualcuno si ricordi di me. Che qualcuno, tornato dalla sua vita, scriva di me.

E mentre sono solo, che guardo il buio fare spazio alla luce dal retrovisore della mia macchina, penso che forse andrò in paradiso, o che forse non è poi così diverso da qua. Giurerei di aver visto un angelo poco fa.

La chiamavano “la milanese”.