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9月25日 Non di uno spazio striminzito
Chissà perché poi ho deciso di farlo oggi, quando c’erano momenti migliori. Forse perché non è obbligatorio disfare le valigie subito dopo un viaggio. Comincio dalle cose superficiali, dal pavimento ricoperto dalle mie ultime cose. Appunti lasciati con troppa fretta, biglietti dell’autobus, anelli arrugginiti. Frammenti recenti di vita passata. Con inaspettata cura comincio a sgomberare il primo livello, abbastanza indolore. Ma poi proseguo. Ci sono soldi sparsi, c’è quell’enorme lattina di Beck’s che ci rese felici e che fece litigare. C’è quell’Amaro da trangugiare insieme prima di salire sul palco per allentare la tensione. C’è lo scontrino di quella spesa, quel piccolo astuccio con le matite. Piano piano analizzo cosa voglio tenere, cosa voglio eliminare. Gli appunti di scienze per quell’interrogazione maledetta, che adesso mi fa sorridere. Butto via. Il depliant della facoltà che non ho mai scelto, butto via. Quel regalo che mi fece contento, butto via.
Rimettere in ordine una camera dopo tanto tempo, è un viaggio attraverso il passato. Si può scoprire di tutto. Possono uscire fuori cose che in quel momento reputavi solo contorni, e che adesso ti danno l’idea di tutta un’atmosfera che chissà come non c’è più. Mi chiedo come certe cose mi sono sfuggite di mano, mi chiedo se non potevano durare di più. Mi chiedo quando è il momento in cui si smette di essere spensierati e se lo si è veramente mai stati. Viaggio tra foto e biglietti del cinema, scontrini. Ci sono i libri per quell’esame di Letteratura Comparata che non ho mai dato, il manuale di scuola guida, il mio primo metodo per il pianoforte, i miei vecchi giochi per computer, la mia prima chitarra. Quei fumetti ancora da leggere, quella bandana, il premio di quel campeggio, il laccio per i capelli, il numero delle tue compagne d’ospedale, il primo libro di poesie, la seconda parte di quella lettera che ti ho scritto, la foto impolverata di noi quattro nel parco dai mille nomi. Decido con cosa voglio proseguire, decido di prendere per un po’ il posto del guidatore. E viene voglia di saltare fuori da questo cilindro senza il coniglio, viene voglia di comprarsi chissà quale vita invece di aspettare chissà quale riscatto, invece di richiedere all’esistenza tutte quelle carezze che si è scordata di darti. Un giorno qui sarà tutto in ordine. Un giorno farò quel viaggio così lontano. Un giorno, solo per il gusto di farlo, andrò dal giornalaio e gli rivelerò che non mi chiamo Alessio. Un giorno cercherò di dirvi quanto siete stati importanti. Un giorno ti spiegherò perché non ho accettato quel lavoro. Un giorno ti spiegherò perché non ti rispondo mai. Un giorno ammetterò che ho bisogno di te. Un giorno ammetterò che non ti voglio nel mio futuro.
Il pavimento è sgombero, i colpi al cuore ci sono stati tutti. L’odore e le immagini di noi che giochiamo per terra ci sono ancora. Tu ci sei, ti sto conservando.
Sto facendo posto, sto facendo posto a chi è appena arrivato e ha bisogno di una poltrona comoda, non di uno spazio striminzito. Sto facendo posto a chi lentamente risale i miei ricordi e si prende cura delle mie ferite.
Ora è tutto in ordine, e gli strumenti sono tutti fuori. Che forse ciò che conta è solo ricordarsi di avere il tempo per suonare un Banjo.
Un giorno verrò a dirti quanto mi stai rendendo migliore. Un giorno, farò di tutto affinché nulla sia diverso da com’è.
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